L'intervento di FRANCESCO BELLETTI

Cinisello Balsamo, 23 Marzo 2004

Oggi la famiglia è poco considerata nella società, dalla società più che dalla gente, dall’organizzazione sociale, è vero che il sistema fiscale penalizza chi è famiglia regolarmente costituita e magari riconosce la detrazione in caso di separazione o di divorzio, cosa tra l’altro giusta, perché in effetti, in quel contesto li, ha bisogno di un riconoscimento. La cosa paradossale è il mancato riconoscimento della situazione della famiglia regolarmente sposata, dove non sono riconosciuti i carichi familiari, dove non viene vista la famiglia come un patrimonio della società, quindi ogni famiglia si organizza, fa le sue cose e basta.

Anche la vicenda delle graduatorie per l’ammissione dei figli al nido ci dimostra che se i genitori fossero separati i bimbi avrebbero il punteggio pieno e salirebbero all’interno della lista.

C’è un problema di gestione della questione famiglia da parte del sistema pubblico, dall’altra parte c’è il modo in cui le persone fanno famiglia e su questo forse qualche numero aiuta a capire di più, però prima di passare ai numeri, forse vale la pena di dire che questo ragionamento sul fatto che la società non riconosce la famiglia è un ragionamento importante, perché non è che la famiglia sia costruita solamente da due persone, non è che solo l’uomo e la donna che si incontrano e si scelgono costruiscono questo nuovo progetto di famiglia, perché la famiglia ruota nell’ambiente in cui sta, ogni famiglia vive di storie: viene da due famiglie, viene dai genitori, viene da una storia familiare di ogni persona e la rimette insieme al punto che spesso si parla di suoceri che invadono, di relazioni familiari complicate, ma perché è così, perché l’unione tra un uomo ed una donna è anche l’unione di due storie familiari, magari molto diverse oppure in sintonia e questo conta molto.

COSA CREA LA FAMIGLIA

Oggi c’è un discorso sulla famiglia che sostiene che fondamentalmente l’unica cosa che crea la famiglia è l’azione di queste due persone, non c’è un patto sociale, non c’è un accordo con la società, questo in fondo è poi la giustificazione per cui per far famiglia sembra che non sia più necessario il matrimonio, cioè le persone si mettono insieme, come dire, di fatto, si comincia a vivere insieme e si è già famiglia, perché? Perché è come se fossero solo gli arbitri, mentre invece che cos’è il matrimonio? Il matrimonio è il momento in cui questa coppia, una nuova famiglia, manifesta alla società la sua esistenza e chiama dei testimoni per questa scelta impegnativa e si assume dei doveri, delle responsabilità , in quanto nuova famiglia e questa cosa ha a che fare con il bene pubblico al punto che ci vuole il sindaco, oppure un suo delegato, oppure il prete in chiesa che poi fa anche la parte burocratica in quanto legge gli articoli del codice civile in cui si rammentano quali sono i diritti e i doveri dei coniugi.

La domanda di fondo potrebbe essere: “fare famiglia ha a che fare con la società, oppure non centra niente. È solamente una scelta privata, totalmente privata? Nel concreto è facilmente riconoscibile che fare famiglia ha a che fare con la società, per esempio quando uno fa famiglia, quando uno ha dei figli, si assume dei compiti e se non li assolve viene perseguito: se non si mandano i figli alla scuola dell’obbligo si viene presi e chiamati, i figli vanno accuditi, questa è una tipica responsabilità del familiare ed è anche una responsabilità normale, come dire che è normale che gli adulti si facciano carico delle nuove generazioni, dei figli che generano. Questo è un po’ il meccanismo del familiare, quindi un primo nodo che è diventato un po’ confuso oggi in Italia, una questione culturale, cioè se e quanto la famiglia ha a che fare con la società, perché se decidessimo che la famiglia non ha niente a che fare con la società, allora ognuno decide come preferisce e quindi ognuno sceglie il suo modo di vivere e lo chiama famiglia.

Noi, il tema della famiglia nella società italiana l’abbiamo costruito, lo abbiamo ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale con la Costituzione, abbiamo detto alcune cose nella Costituzione che cercano di spiegare che cosa la famiglia e la società si aspettano l’un l’altro: l’articolo 29 della Costituzione riconosce la famiglia fondata sul matrimonio e vuol dire che il nostro Stato riconosce che la famiglia è un luogo naturale, che viene prima delle leggi dello Stato, quando si dice riconosce significa dire che il far famiglia è precedente, viene prima di quanto lo Stato possa regolare con le sue leggi e poi fondata sul matrimonio perché dice di trovare un meccanismo per cui questa alleanza tra famiglia e società sia chiara, dice di trovare un luogo ufficiale dove questo patto venga firmato e venga riconosciuto, così riusciamo a capire chi fa famiglia e chi non fa famiglia e per chi ha famiglia riusciamo a sapere chi c’è in quella famiglia e chi non c’è.

 L’EVOLUZIONE DEGLI ULTIMI DECENNI

Negli ultimi 20 e 30 anni, anzi 30 e 40 anni sono cambiate molte cose nella società italiana e nelle storie delle famiglie. I due fattori principali che sono cambiati sono stati da un lato la posizione della donna e dall’altro forse la funzione dell’Autorità che sono state tutte e due molto trasformate: la donna è uscita da una posizione di custode del focolare, di persona che aveva come mandato principale il far funzionare la famiglia, mentre spettava all’uomo il compito di portare a casa il cibo e dall’altra parte il ’68 che tra le tante cose che ha avuto ha innescato una rivolta contro il padre, contro l’Autorità e contro anche qualunque relazione autorevole. Questi sono stati due impatti culturali molto forti, è stato più complicato il modello tradizionale di funzionamento, perché la famiglia tradizionale con un uomo che andava fuori e con la donna che stava in casa funzionava con una situazione squilibrata dove si sapeva chi doveva fare e che cosa, perché se c’era da dare una punizione la donna cedeva al marito che era colui che dettava le regole più rigide, poi la donna si occupava dell’accudimento, della cura, del codice affettivo quello che serviva ai figli per sentirsi amati e il padre invece rappresentava le regole, la legge della società, l’entrata in un altro mondo di regole che non erano più il legame affettivo con la mamma, ma era l’entrata in un contesto sociale e il doversi adeguare, l’imparare a lavorare, il seguire le regole della scuola, ecc…

Questa distinzione dei ruoli oggi non è più tanto chiara e poi le nuove generazioni dal ’68 in poi hanno lanciato una grande rivolta che ha modificato questi legami di autorevolezza, di riconoscimento, spesso liberando molte situazioni di oppressione, ma dall’altra parte indebolendo l’idea che dentro la famiglia potevi imparare delle cose, proseguire dei modelli di funzionamento, apprendere dei valori, ecc…

Ricordo che una quindicina di anni fa abbiamo fatto una ricerca sui preadolescenti vicino a Como e i genitori di questi preadolescenti spesso dicevano che non sapevano come avrebbero fatto la loro famiglia, ma sicuramente sapevano che non l’avrebbero fatta come i loro genitori, cosa che invece una volta era più semplice, cioè di fatto uno vedeva il modo in cui funzionava la sua famiglia e la riproduceva, oggi questa separazione tra le generazioni è più rilevante e poi alla famiglia italiana sono successe tante cose in questi 30\40 anni e potremmo dire così: la famiglia italiana è dimagrita e si è allungata, nel senso che l’altro aspetto molto importante è stato il crollo della natalità.

Tra il 1961 ed il 1965 avevamo avuto il pieno del boom della natalità, era un periodo di grande traino anche economico e le famiglie avevano un numero di figli molto elevato e invece noi da una decina di anni a questa parte siamo la nazione con il più basso tasso di natalità, cioè le famiglie italiane sono quelle che nel mondo sono meno capaci di fare nuovi figli, di accogliere nuove vite. Per cui dal 1961 al 2001 il numero medio di componenti a famiglia è passato da 3,6 persone per famiglia a 2,6, questo in 40 anni, cioè una persona in meno per ogni famiglia.

Questo crollo della natalità, per cui adesso a Napoli nascono meno figli che a Stoccolma, cioè anche paesi che una volta erano il simbolo del blocco della natalità come i paesi del nord dell’Europa, adesso sono risaliti, mentre noi siamo insieme alla Spagna il paese più a basso indice dal punto di vista della natalità con un’affermazione sempre più forte, non tanto della coppia senza figli, ma della coppia col figlio unico, cioè con un modello di famiglia che si restringe, dove l’esperienza della famiglia numerosa è sempre meno frequente.

 FATTORI DEMOGRAFICI E STATISTICA 

Questo è il primo cambiamento, l’altro grande cambiamento della famiglia italiana è legato ad un fattore demografico, cioè al fatto dell’invecchiamento della popolazione e quindi sono cresciute molto le famiglie di un solo componente, si dice siano tantissimi i cosiddetti single, quelli che vivono da soli, che sono 5\6 milioni su 57 milioni di Italiani, quindi vuol dire il 10% della popolazione ed il 22% delle famiglie, le famiglie sono 22\23 milioni più o meno. Questi single che vengono spesso definiti una nuova categoria sono nuova per modo di dire, perché un conto è il trentenne, il trentacinquenne che va a vivere da solo e un conto è pensare in genere a donne anziane, vedove, che sono la fine di una storia familiare: che hanno avuto un marito, che lo hanno avuto per 40\50 anni, hanno avuto 3\4 figli, i figli sono andati e queste persone si ritrovano da sole, certo sono sole, sono persone che vivono da sole, ma di questi 5\6 milioni diciamo 4 milioni sono sopra i 60 anni, quindi le famiglie di un solo componente sono molto spesso legate all’invecchiamento della popolazione. Un’altra categoria che è legata all’invecchiamento della popolazione sono le famiglie con un solo genitore, perché molto spesso, dal dato statistico, non si riesce a leggere che le famiglie con un solo genitore spesso sono un solo genitore anziano che ha un figlio adulto che sta ancora in casa con lui, quindi ci sono le famiglie con un solo genitore che sono, per esempio o le ragazze madri, ma più spesso il frutto delle separazioni, cioè naturalmente se c’è una separazione con figli in mezzo, i figli sono affidati ad uno dei due, fondamentalmente alla donna nel 90% dei casi. Certamente è una nuova forma familiare oggi che una volta era molto meno diffusa, ma anche in questo caso, una parte di questa forma è legata all’invecchiamento della popolazione.

20 o 30 anni fa il 60% delle famiglie era composta dalla famiglia completa: genitori, uomo e donna con i figli, adesso siamo intorno al 45% delle famiglie rispetto al 60%, quindi sono molto diminuite, però la maggior parte delle persone vive ancora in un’esperienza familiare, come dire, tradizionale, la famiglia italiana rispetto alle altre famiglie europee conserva una sua forza strutturale, sono meno presenti le forme che sono frutto delle nuove modalità di convivenza. Questi sono dei segnali che dimostrano che la famiglia in Italia rimane un luogo importante, le persone apprezzano la famiglia, in tutte le indagini il valore famiglia viene fuori al primo posto, anche nelle indagini sulle nuove generazioni di cui si dice che c’è grande difficoltà a fare famiglia, però il valore che scelgono prima di tutto è quello della famiglia, nella lista dei valori, prima della carriera, prima degli amici, prima del lavoro, viene affermato il valore della famiglia.

È vero che altri indicatori sono indicatori di disagio, di difficoltà della famiglia, per esempio in 20 anni i matrimoni sono passati da 315.000 a 260.000 all’anno, l’ultimo anno di cui abbiamo informazioni è il 2001 o 2002. Nello stesso anno ci sono state 70.000 separazioni e 35.000 divorzi, quindi vuol dire che ogni 3 matrimoni che si fanno si incontra una rottura di un legame matrimoniale, quindi è vero che la famiglia è ancora un referente simbolico importante, è un luogo dove in Italia si vive ancora prevalentemente, però ormai gli indicatori di fragilità cominciano ad essere particolarmente rilevanti. Un altro indicatore che non è necessariamente di fragilità, ma è sicuramente di cambiamento è la crescente quota di matrimoni civili sul totale dei matrimoni, in Italia la media è tra il 25 ed il 28%, cioè oggi 1 matrimonio su 4 viene celebrato in comune e gli altri 3 vengono celebrati in chiesa, però a Bologna il confronto tra civili e religiosi è già da molto tempo a favore di quelli civili, per Milano ci sono stati anche dei motivi più specifici, cioè per esempio le nuove nozze, di chi si risposa e quindi si risposa evidentemente in comune e poi la presenza di matrimoni di extracomunitari o di matrimoni misti che non si sposano in chiesa, perché appartengono ad altre religioni, quindi questo ha contribuito ad aumentare la quota dei matrimoni civili.

Il dato su separazioni, divorzi e di matrimoni civili sul totale è in lenta, ma costante crescita, cioè ogni anno aumenta la quota delle famiglie che si rompono sul totale delle famiglie che si costituiscono, quindi c’è sicuramente una fragilità del progetto familiare. Un’altra strategia tipica della famiglia italiana è la strategia del rinvio: ci si sposa più tardi, si fanno i figli più tardi e, con questo meccanismo, le famiglie restano il più possibile strette, si esce di casa molto più tardi, anche quando ci sono condizioni strutturali che consentirebbero di uscire. È un’altra qualità della famiglia italiana la lunga permanenza dei figli adulti nella famiglia di origine: non è solo una scelta dei figli, ma è anche una scelta dei genitori che fanno fatica a facilitare l’autonomia dei figli, magari per legittime paure, per cui anche con un figlio adulto con un lavoro si fa fatica a lasciarlo andare. È come se fosse difficile progettare il futuro oggi nei confronti dei figli.

 L’ANSIA PER IL FUTURO E I FIGLI NATI FUORI DAL MATRIMONIO

Per la prima volta, secondo un’indagine recente, i genitori di oggi pensano che i propri figli avranno un futuro peggiore. Se ci pensate, appena finita la Seconda Guerra Mondiale, le nostre famiglie hanno sempre pensato di costruire un futuro migliore per i propri figli e su questo tutte le persone si sono spese molto più di quanto ragionevolmente si poteva fare, perché stavano costruendo un futuro ed era un futuro più bello da consegnare alle nuove generazioni: la scuola per tutti, il lavoro per tutti… Vedere che adesso se chiedi ai genitori di oggi, agli adulti di oggi come sarà il futuro dei propri figli, pensano che sarà peggiore di quello che loro stanno vivendo è un segnale di grande preoccupazione rispetto alla paura, rispetto alla fiducia nel futuro, rispetto alla capacità che oggi abbiamo di pensare e di progettare il futuro, di combattere una bella battaglia, perché credo che la situazione delle famiglie che erano uscite dalla Seconda Guerra Mondiale non fosse certamente migliore di quella in cui siamo noi oggi. Sulle macerie si è costruito un progetto di speranza che poi è andato anche in porto, per tanti motivi, ma insomma non possiamo non riconoscere che in questi 50 anni è successo qualcosa di buono per le persone, per la condizione di vita, ecc…

Un’altra questione interessante è legata ai figli nati fuori dal matrimonio che è un altro indicatore di modelli familiari che crescono diversamente, una delle questioni oggi in discussione è le coppie di fatto, le unioni libere quante sono e come funzionano? Fino ad un 10\15 anni fa le coppie di fatto quando arrivava un figlio si sposavano, il bambino si pensava dovesse essere protetto da una condizione giuridica certa, non tanto perché adesso non c’è più la stigmatizzazione del figlio n\n per cui oggi i bambini sono protetti sicuramente meglio di quanto non fossero un 20 anni fa, però c’era questa tentazione di…, questa tendenza di regolarizzare l’unione proprio perché era arrivato un figlio. Al 2001 i figli nati fuori dal matrimonio erano l’11% sul totale dei bambini nati, anche questo è un dato in lenta, ma costante crescita e comincia ad essere una cifra rilevante, perché se nascono circa 500\600.000 bambini ogni anno in Italia, vuol dire che 50\60.000 bambini nascono da coppie che non si sono sposate ne in comune, ne in chiesa. Certo, se ci confrontiamo con l’Austria che è al 30% e con la Francia che è al 35%, con la Danimarca e la Svezia che sono rispettivamente al 45% ed al 55%, si capisce che le famiglie funzionano diversamente, cioè in Svezia nascono più figli fuori dal matrimonio che dentro il matrimonio. È come se non fosse più necessario sposarsi per fare famiglia, diciamola così; da noi questa cosa è ancora, nel confronto, molto, molto contenuta, ma non è più un comportamento marginale, se fosse al 3\4% come era 20 anni fa, uno potrebbe dire che è una situazione circoscritta, adesso il 10% vuol dire che in ogni classe ce ne sono almeno un paio per fare un ordine di grandezza riconoscibile e per non parlare solo del 10%.

Già che ci siamo vi do l’ultima segnalazione su quante sono le coppie conviventi, cioè quelli che non sono sposati: nel 1993 erano 227.000, di cui 160.000 con precedenti esperienze matrimoniali e quasi 70.000 formate da libere unioni, cioè da gente che non si è mai sposata; nel 2001 le coppie sono salite a 450.000, sono raddoppiate, più o meno e sono 244.000 quelle che avevano famiglie in precedenza, quindi separati che si sono rimessi insieme, senza risposarsi, magari per motivi fiscali, perché si perde la reversibilità, ecc…(che non è tanto una bella politica familiare, un po’ lo stesso discorso di chi si separa e divorzia così scarica gli alimenti, mentre invece se paghi il costo di tuo figlio nessuno ti riconosce questa cosa). È come se ci fosse una regola che consiglia di non sposarsi, è una dinamica, ma è vera per moltissime coppie di persone che avevano una famiglia in precedenza il motivo è fondamentalmente fiscale, di vantaggio economico. Ci sono 450.000 coppie di conviventi su un totale di 20.000.000 di famiglie, quindi, come dire, non è che ci sia tutta questa grande quantità di nuove forme familiari che non vogliono mettersi d’accordo con la società, che non vogliono sposarsi, bisogna dire un’altra cosa rispetto a questo dato, questo dato è colto dall’Istat, è colto dalla statistica, è fa fatica per esempio a rilevare molte delle convivenze di prova che poi finiscono in matrimonio, detto semplicemente anche all’interno dei corsi di preparazione al matrimonio che si fanno in parrocchia c’è della gente che va a sposarsi in chiesa e i parroci molto spesso dicono che più della metà delle persone a cui fanno la preparazione al matrimonio già vive insieme e questo per la pastorale familiare è un problema, perché i corsi sono stati pensati sul modello di due fidanzati che stanno a casa loro e che poi si metteranno insieme. Nelle nuove generazioni la convivenza come prova del matrimonio, come sperimentazione dell’esperienza coniugale sta prendendo sempre più piede e su questo qualche ragionamento si potrebbe fare.

 È un po’ un’illusione che uno riesca a provare l’esperienza matrimoniale prima che il matrimonio avvenga realmente: sono abbastanza frequenti le situazioni in cui dopo 7 anni di convivenza ci si sposa e dopo 3 mesi ci si separa, perché le cose o le si fa o non le si fa, non è che si sta insieme come se si fosse sposati, o ti sei sposato o non ti sei sposato, molto spesso le unioni libere sono fondate sul convincimento che il pezzo di carta, la firma sul pezzo di carta non aggiunge niente al rapporto, lo stare insieme si basa sull’amore e sul fatto che si sta insieme, però molto spesso la firma del pezzo di carta invece cambia le regole, perché mette allo scoperto il fatto che ti assumi responsabilità, ruoli sociali diversi, quindi non è poi tanto vero che sia la stessa cosa.

 FAMIGLIA: DIMENSIONE PUBBLICA E/O PRIVATA?

Fare famiglia è solo una libera scelta, privata, o è una scelta che ha una dimensione pubblica? Nelle riflessioni sulla famiglia oggi è un aspetto centrale, perché se io penso che fare famiglia ha a che fare con la società mi devo assumere delle responsabilità e posso pretendere dei diritti, posso riscuotere dei diritti, posso chiedere delle politiche per la famiglia, perché dico io sono qui, faccio il cittadino, mi prendo i miei oneri, rispetto il mandato che la società mi da, perché l’esperienza familiare fa promettere la cura reciproca, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia. Oggi diventa quasi complicato aspettarsi che in caso di grave malattia il partner resti lì di fianco alla persona che si è ammalata gravemente. Molto spesso è come se la fragilità delle persone possa ragionevolmente accettare che è andata male, perché è un tradimento il fatto che uno si ammali gravemente: quando ci si è messi insieme non era questo il patto, si doveva star bene tutti e due. Il tradimento non è solamente andare con qualcun altro, il tradimento è che uno non corrisponde più a quello che l’altro si aspettava, questa cosa succede in famiglia, ma bisogna attraversarla, bisogna superarla.

 La questione dell’impegno, dell’assunzione di responsabilità è la condizione per cui poi si può far richiesta per assumersi queste responsabilità di alcune condizioni, perché in effetti oggi le famiglie con carichi familiari, le famiglie generative, quelle che hanno 2\3 figli sono penalizzate, non è che non sono aiutate, ma sono penalizzate: pagano più tasse di quelle che hanno meno figli in proporzione e certamente la nascita di un figlio abbatte lo stile di vita di una famiglia, di una coppia del 30%, più o meno e si sa che quando arriva un figlio lo stile di vita sarà minore. Si può accettare che si dormirà di meno, che si potrà fare meno cose, ma il fatto che non esistano meccanismi che ti sostengono sui costi fa diventare la scelta di avere un figlio un rischio e un pericolo personale: i figli diventano un costo anziché un investimento.

Le nuove generazioni sono un investimento per la società lo ha detto il Presidente Azeglio Ciampi qualche mese fa, perché abbiamo un problema devastante di pensioni, anche la società ha bisogno di un equilibrio tra le generazioni. D’altra parte non credo sia un motivo buono fare figli per sanare il deficit pensionistico, per fare figli ci vogliono motivazioni di scelte personali e se le scelte delle famiglie sono in sintonia con le esigenze dello Stato, con le esigenze del bene comune allora la società va avanti, altrimenti se non ci sono le condizioni la conduzione di una famiglia numerosa è una bella scommessa ed è una scommessa che la coppia deve fare basandosi fondamentalmente, principalmente sulle proprie capacità.

La questione del rapporto con l’esterno è importante, perché i progetti di vita delle persone non vivono solo su se stessi, non si può vivere nel contesto lavorativo senza che il contesto lavorativo riconosca le mie competenze, senza che ci sia un ambito dentro cui si possa lavorare. Analogamente per la famiglia, la vita della famiglia vive di costante interazione con la scuola, con i servizi pubblici, con l’associazionismo con i propri figli, con tanti soggetti che se non la vedono la squalificano. Qual’ è la dinamica che succede tra famiglia e scuola? È la dinamica dell’incomunicabilità: i genitori dicono agli insegnanti che non capiscono il proprio figlio e spesso lo difendono impropriamente e gli insegnanti dicono ai genitori che non sono capaci di educare i loro figli e alla fine chi resta fuori da questa dialettica? I figli. C’è bisogno di un’alleanza, c’è bisogno che sia i genitori che gli insegnanti si vedano, si riconoscano e si domandino insieme che cosa si può fare per modificare i comportamenti sbagliati dei ragazzi. Molto spesso ci si limita allo scambio di responsabilità, non domandarsi qual è la soluzione del problema, ma domandarsi di chi è la colpa e questo non porta mai da nessuna parte in tutti i contesti.

La famiglia ha bisogno di un contesto che la riconosca, di un ambiente, di un territorio, di un tessuto sociale, dalle politiche fiscali, fino al modo in cui sono organizzati i tempi della città che tenga conto della famiglia. La famiglia ha bisogno grandissimamente di flessibilità nell’organizzazione del lavoro, la domanda maggiore di una donna che ha a casa i familiari è la flessibilità. Oggi la flessibilità pare una grande fregatura, la flessibilità è prevalentemente a misura di impresa e non riconosce il fatto che la gente abbia famiglia, anzi molto spesso si ha la chiara sensazione che il lavoratore ideale sia una specie di prete laico, cioè uno che non ha figli da badare, che non ha persone che gli si affollano intorno e che quindi può dedicarsi anima e corpo all’esperienza lavorativa. È chiaro che non si può chiedere all’impresa di fare le politiche sociali per la famiglia, ma si può chiedere all’impresa di inventarsi dei modelli organizzativi che rispettino una cosa normale da riconoscere, cioè il fatto che le persone hanno famiglia.

Io non riesco a pensare ad una società senza famiglie, la famiglia è il luogo che costruisce le persone nella nostra società, ma un po’ dappertutto, quindi non è che si può organizzare la società in modo diverso. Ci sono stati alcuni tentativi: in una parte della cultura israeliana ed ebraica hanno tentato l’esperienza dei kibuz, cioè di esperienze comunitarie nelle quali i legami tra genitori e figli venivano allentati, per cui i figli venivano educati dal villaggio; questa cosa strana è successa anche nella rivoluzione culturale cinese dove veniva imposta una socializzazione forzata per cui a pranzo non si mangiava mai in famiglia, ma si mangiava nella mensa del villaggio e tutta la responsabilità educativa era di titolarità dello stato che era il referente etico.

I legami familiari sono legami che proteggono la dignità della persona, certo ci sono anche famiglie che danneggiano le persone, ma una famiglia che funziona normalmente è un fattore di protezione, è un fattore di conferma dell’identità, non ti rende schiavo, infatti è la persona singola che è più facilmente condizionabile, per esempio dalla pubblicità, da un potere forte che pretende che tu ti comporti in un certo modo. È proprio la rottura del legame familiare la peggior cosa che può succedere all’uomo di fronte al potere, siamo in una società in cui l’umano è sicuramente attaccato o per consumismo, o per progetti totalitari, o per eccesso di comunicazione di massa e sta di fatto che spesso l’ambito familiare è l’unico ambito che può proteggere e valorizzare l’identità delle persone.

 SINTESI: LA FAMIGLIA IN ITALIA "TIENE ANCORA", MA NON  PUO' REGGERE DA SOLA

Per far sintesi la mia relazione si basa su due principali idee, la prima è che la famiglia in Italia è ancora un valore che tiene, è ancora un ambito che viene visto, considerato e agito come uno spazio realmente significativo. Sono molto rari i progetti di non famiglia, c’è un po’ di confusione su che cosa sia famiglia, ma nel complesso la gente si muove in questa direzione, anche se le famiglie italiane sono più fragili oggi di quanto non fossero 20\30 anni fa, quindi ci sono segnali di fragilità e di indebolimento, ma dentro una presenza valoriale ancora molto forte. Il secondo passaggio è: le famiglie non possono stare in piedi da sole, non possono fidarsi solamente della loro capacità di resistenza, perché le famiglie stesse hanno bisogno del contesto esterno per vivere meglio in quanto famiglie e la società ha una responsabilità nei confronti delle famiglie, perché le famiglie sono un bene della collettività. Noi dobbiamo imparare a misurare le nostre società non solo sulla quantità di merce prodotta, non solo sulle ricchezze, non solo sul reddito individuale, ma anche sulla presenza di azioni solidaristiche, sul capitale sociale, che vuol dire la capacità di fare volontariato, la capacità di fiducia tra le persone, la capacità di legami significativi, perché non abbiamo la graduatoria della solidarietà.

La famiglia è un bene importante, la famiglia produce capitale sociale, è un luogo che aiuta, educa e alimenta la solidarietà delle persone, la capacità delle persone di guardarsi in faccia e di pensarsi amiche e non nemiche. Anche la società ha bisogno di alimentare il proprio capitale sociale e per alimentarlo c’è bisogno di aiutare e sostenere anche questo luogo primario dell’esperienze delle persone che è la famiglia. Il capitale sociale è vantaggioso anche per il capitale economico, perché una volta non si spendevano tanti soldi in contratti, notai, clausole, meccanismi di controllo, bastava una stretta di mano e la parola data era affidabile. Oggi non ci fidiamo neanche della parola scritta e contro firmata, abbiamo bisogno di tanti e tali meccanismi di controllo che non siamo neppure economici nel fare le cose, perché spendiamo tantissimo in controllo, perché manca il legame fiduciario tra le persone. La fiducia ha un valore economico oltre che un valore morale, un valore etico ed un valore della vita quotidiana, con questo discorso sul capitale sociale volevo esplicitare che la famiglia non è un costo della collettività, la famiglia è un tassello fondamentale, è una risorsa importante, deve essere aiutata, perché non è più in grado di badare a sé stessa, oggi c’è bisogno di una nuova alleanza tra famiglia e società, cosa bisogna chiedere alle famiglie? Alle famiglie quello che bisogna chiedere prima di tutto è di uscire dai propri confini, perché non si può pensare che qualcuno protenda alle famiglie se le famiglie stesse non si danno una voce, allora la società deve guardare alla famiglia e porre delle regole migliori.

Ho accennato prima ai tempi della città. I tempi della città sono una responsabilità tranquilla per gli amministratori locali: non è una cosa che deve essere decisa a Roma o chissà dove. Organizzare tempi della città, accessibilità, calpestabilità delle strade questo è un mandato leggibile dalla responsabilità di persone che potrebbero anche essere sedute qui, perché l’amministrazione locale è quella che è più vicina poi alla vita e all’esperienza quotidiana delle persone e delle famiglie.

Riformare il fisco per le famiglie non si può fare a Cinisello o a Milano, bisogna farlo a Roma, punto e basta. Ma saranno le famiglie che potranno chiedere e pretendere questa cosa se si muovono, se diventano soggetti sociali, cioè se si assumono esplicitamente la responsabilità, magari mettendosi insieme, magari aiutandosi a pensare insieme le cose. Il primo nemico è l’isolamento della famiglia rispetto a tutti questi discorsi, quando la famiglia riesce ad emergere, riesce a mandare anche semplicemente dei segnali di aiuto diventa tutto più semplice e la famiglia si riscopre capace di risposte, molto spesso la famiglia scoppia quando è isolata, quando no sa neanche che può chiedere aiuto, quindi c’è come un doppio movimento: dalle famiglie verso l’esterno e dalla società verso le famiglie, se tutte e due queste cose vengono agite probabilmente avremo qualche sicuro miglioramento nel modo in cui viviamo quotidianamente, nei nostri paesi, non necessariamente in Italia, ma nei posti concreti dove viviamo.

 DOMANDE

 Domanda: “ Prima faceva riferimenti ad un modello familiare citando appunto quello della rivoluzione cinese piuttosto che altri. Ripensavo a quello che succedeva nella nostra Italia 40 anni fa: le corti come situazioni abitative che agevolavano anche un po’ la crescita e la comunione all’interno di questi isolati, di queste strutture di case. Mi domando, oggi come oggi, che le realtà abitative sono diverse, sono improponibili condizioni in cui le famiglie si possono aiutare e sostenere in quella maniera, cioè ricreando, valorizzando il valore della famiglia, ma anche soprattutto rafforzando il tessuto del territorio e quindi la comunità?

 Sicuramente è sparito il modello della famiglia allargata: la convivenza di più nuclei legati da parentela ormai è solo di alcuni piccoli territori legati alla cultura contadina fondamentalmente. La famiglia italiana non è che non cerchi di mantenere queste cose, ad esempio se si guarda la residenza dei figli, i figli degli italiani sono quelli che vanno a vivere il più vicino possibile alla casa dei genitori, il che a livello europeo si nota in modo rilevante. Questo genera una capacità di legami positivi dentro i sistemi familiari anche se non c’è più la convivenza e la condivisione completa dell’abitazione. Nella famiglia italiana c’è un altissimo scambio di aiuti di risorse tra le generazioni e in questo gli anziani non sono quelli che primariamente ricevono, ma spesso sono ancora quelli che danno, quindi è come in un luogo in cui la soggettività degli anziani resta importante, non solo perché aiutano a comperare la casa, ma anche perché fanno da baby-sitter nella gestione di alcuni tempi della famiglia, d’altra parte i figli adulti aiutano i genitori anziani nelle pratiche burocratiche, nei piccoli lavori di casa, ecc… L’attenzione alle relazioni solidali e a tenere l’intimità a distanza è ancora molto viva: io, per esempio, posso avere un genitore anziano che vive da solo, ma chiamarlo due volte al giorno, fargli sovente visita, certo non è come averlo in casa con me, ma non significa dire che quella persona è abbandonata. Il livello estremo è quello delle famiglie che oggi rilanciano un progetto di vita insieme e allora vanno a comperarsi una cascina, ma sono persone di storie familiari totalmente diverse che per un motivo ideale scelgono di fare accoglienza a bambini, a inventarsi un nuovo stile di vita e addirittura condividono gli stipendi. Ovviamente è un modello estremo, perché non è una cosa facilmente riproducibile, mentre è più facilmente riproducibile, cercando di individuare un livello minore, il fatto che le famiglie si mettono insieme per rispondere ad un bisogno specifico, ad esempio organizzare le ronde, i picchetti per impedire le occupazioni abusive dei locali sfitti delle case popolari, che è tremendamente la guerra dei poveri, perché è tutta gente che difende il diritto alla casa e il diritto alla sicurezza delle persone che ci abitano contro persone che più o meno sono nelle stesse condizioni. Le famiglie mettendosi insieme possono chiedere e organizzare asili nido autogestiti, nidi di condomini, spazi di aggregazione per i propri figli adolescenti, ecc…Le famiglie queste cose possono farle e non è tanto difficile, basta che riescono ad uscire dal guscio, perché la cosa più complicata è interpellare la famiglia e dire facciamo insieme questa cosa. Dal minimo delle relazioni solidali tra figli e genitori al massimo della comunità casa-famiglia e della messa in comune di soldi ci sono anche delle forme intermedie legate al fatto di costruire dei piccoli passi insieme. La legge 23 della nostra Regione che sostiene progetti dell’associazionalismo familiare qualche cosa ha fatto nascere: nell’arco di 3\4 anni in Lombardia ci sono più di 450 associazioni di solidarietà familiare che si sono messe insieme e fanno delle cose perché hanno costruito dei piccoli progetti. Forse sta cambiando quello che una volta era il sogno della partecipazione dal basso, dal fatto che la politica fosse costruita dal basso, che tutte le persone fossero responsabili della cosa pubblica. Oggi anche attraverso le famiglie questa cosa potrebbe essere agita in un modo diverso. Aggiungerei che non bisogna spaventarsi del fatto che la gente si muove per un bisogno specifico, perché una famiglia non può che muoversi a partire dai propri bisogni reali, non può partire da un’ideologia di qual è la buona famiglia che fa le cose per il comune, deve partire dall’idea che affrontando i propri bisogni può contribuire a migliorare la cosa pubblica. C’è una domanda forte alle famiglie, se le famiglie sono un soggetto corporativo, se pensano solo per sé , se sono le famiglie familiste, cioè che pensano solo ai loro interessi o se sono famiglie che contribuiscono al bene comune. Il modello estremo della famiglia familista è la famiglia mafiosa dove al proprio interno tutti i legami di sangue, anche quelli col giuramento che si fa col sangue, sono inviolabili, però fuori, ogni disonestà è assolutamente ammessa, perché gli altri sono estranei. La famiglia deve essere capace di vivere i propri bisogni dentro un movimento solidale.

 

 Domanda: “ Il contributo per la famiglia del prodotto interno lordo in Italia è allo 0,9 e in Francia al 4,9, per cui danno una tantum di 1.000 euro che è una presa in giro, per altro indiscriminata, senza un criterio di reddito: il nipote di Berlusconi prende 1.000 euro e il poveraccio prende 1.000 euro, è logico secondo lei? Il futuro lo vedo male, perché è ancora in funzione di monetizzazione e non secondo un discorso di valorizzazione di famiglia, cosa ne pensa?”

  Sulla questione della paura del futuro credo che il vero nodo sia la difficoltà di dare delle buone ragioni ad un progetto di vita, perché le paure ed il clima pesante, i messaggi che arrivano sono in contro tendenza, c’è la cancellazione della fatica, la cancellazione della promessa dell’impegno e di fatto non si può che rimandare al significato del perché uno vuole spendere la vita. Forse c’è anche un discorso sulla libertà che fatto: oggi viviamo in assenza di legami, mentre invece poi nell’esperienza concreta la libertà è la costruzione di significati insieme a qualcun altro, quella è una bella libertà, quella è una bella vita da spendere, trovare dei compagni di viaggio. Oggi i matrimoni sono progetti a responsabilità limitata, cioè come se dovessi sempre starne fuori, mentre penso che, quando sei innamorato perso, invece vuoi per sempre, non è che difendi la tua libertà prima di tutto, difendi la possibilità di stare con quella persona lì. Non è una roba solo dei cattolici, di chi è vecchio stile, è dentro il vero desiderio dell’umano questa voglia di condivisione.

Sulla questione del reddito devo dire che oggi la riformulazione del guolfer è una condizione molto rischiosa, nel senso che c’è da un lato un evidente tentativo di smantellamento, ma dall’altro anche il tentativo di ricostruirlo in termini sussidiari, riconoscendo che la costituzione del guolfer non è solo una funzione statale, ma riguarda anche l’associazionismo, il privato sociale, l’azione diretta dei cittadini. La sussidiarietà prevede anche la solidarietà e la responsabilità, non è che la sussidiarietà dice solamente deve rispondere il livello più basso, ma dice anche che il livello maggiore deve sostenere, aiutare e promuovere il livello più basso, quindi non è famiglia aiutati da sola ed io sono il sussidiario come ente pubblico, ma famiglia aiutati da sola e accedi a me e facciamo un progetto insieme.

Sulla questione delle politiche familiari a base di reddito non posso essere d’accordo. Noi oggi abbiamo bisogno di politiche che riconoscano la famiglia in quanto famiglia e che quindi siano esterni al reddito e poi abbiamo bisogno di politiche di intervento sulla povertà che siano molto sensibili al reddito altrimenti le politiche per la famiglia vengono mangiate da una logica di povertà. Dopo è ragionevole dire è inutile dare 1.000 euro a chi non se ne fa niente, però una delle battaglie per le politiche familiari è proprio quella di distinguere tra le politiche della povertà, perché altrimenti non si riesce a riconoscere il carico familiare. Oggi la situazione si gioca molto anche sulle classi medie che sono diventate molto più fragili e le classi medie sono poi quelle che maggiormente sono esposte al carico familiare, è vero che ci sono tante famiglie sulla soglia della povertà, ma se ci fossero politiche familiari adeguate quelle famiglie lì probabilmente non sarebbero più sulla soglia della povertà.

 

 Domanda: “L’evoluzione che ha avuto la società nel portarci ad un consumismo abbastanza spinto come promotore dell’economia moderna ha portato un individualismo molto accentuato. I figli fanno una vita completamente loro, completamente diversa rispetto all’ambiente familiare, il fatto di vivere di notte e dormire di giorno, gestirsi la loro vita scolastica ed il lavoro come se fosse solo loro e non riguardasse nessuno, in pratica porta ad un bisogno della famiglia come un luogo in cui io trovo un certo riparo rispetto ad una precarietà di sicurezza ed in questa logica l’individualismo che si sta manifestando lo leggo come una reazione al bisogno di riaffermare alcuni principi.”

Un po’ di estraneità tra le generazioni ci vuole, nel senso che i figli prima o poi devono farsi la loro vita, ovviamente per i genitori questa è una cosa complicata da gestire, perché devono cambiare il loro modo di essere, ma non è che la loro funzione di controllo o di super visione debba svanire. Il suggerimento che si dà alle famiglie è di provare a fare le cose insieme ai propri figli, in modo discreto, non sempre, non per tenerli d’occhio, ma per far loro capire che ci siete anche voi in quella cosa lì. È un difficile equilibrio tra tendenza all’autonomizzazione e voglia loro di andarsene e la famiglia che deve esserci dandoli i tempi, da questo punto di vista, anche la possibilità di essere accessibili come genitori, cioè di esserci, perché se non ci siete non riuscite mai a cogliere il momento giusto, perché poi l’adolescente magari sta zitto per otto giorni e poi gli scatta il momento in cui vuole ricoinvolgervi e se non ci siete perdete l’attimo e aspettate la prossima occasione. Il controllo non si può esercitarlo con la forza, questo le madri lo devono imparare, anche i padri, infatti il telefonino spesso è uno strumento di controllo dei genitori, non è uno strumento di emancipazione. Il distanziamento tra le generazioni potrebbe essere individualismo, ma potrebbe anche non esserlo.

 

 Domanda: “ Cosa ne pensa delle famiglie di fatto e delle coppie dello stesso sesso?”

  C’è un pronunciamento di un organismo europeo che ha condannato l’Italia, perché la sua legislazione è penalizzante nei confronti delle unioni di queste persone. Il tema è all’attenzione della società in cui viviamo al punto che paradossalmente la nostra legislazione è considerata chiusa rispetto ad un certo modo di pensarla su queste cose a livello europeo. Un’attenzione ce l’ho avuta nella mia relazione: non ho mai parlato di famiglie di fatto, ho sempre parlato di coppie di fatto o di unioni libere, perché il mio tentativo è quello di caratterizzare il luogo sociale famiglia come l’incrocio tra sessi e generazioni con una rilevanza pubblica e generativo, con un progetto stabile, che vuol dire uomo e donna con figli, con un progetto di figli che vogliono stare insieme il più possibile di fronte agli altri, quindi l’idea del matrimonio, secondo me, ha molto a che fare col fare famiglia. Oggi tutti sono a favore della famiglia, tutti fanno leggi per la famiglia, però qual è l’attacco alla famiglia? L’idea di famiglia non è più tanto chiara. Il discorso sulle coppie di fatto, sul suo riconoscimento, è il tentativo di spaccare l’identità della famiglia, l’idea di far passare un’altra idea, l’idea di fondo è che tutto ciò che si auto definisce famiglia è famiglia, allora anche un appartamento di cinque suore o la comunità di religiosi, o tre amici che si vogliono bene sono famiglia. Da questo punto di vista la mia posizione è che le persone possono vivere la loro vita privata come gli pare, ma se vogliono chiamarsi famiglia devono corrispondere ad un’idea socialmente condivisa, visibile, riconoscibile collegata all’organizzazione sociale. Io sarei abbastanza rigido nel dire attenzione a non violare i diritti delle persone, per esempio nelle unioni di fatto ci sono problemi patrimoniali, intestazione della casa, eredità, ma sono problemi patrimoniali, non sono problemi matrimoniali, cioè riguardano la gestione dei diritti delle persone, si fanno degli accordi di diritto privato che ti proteggono da queste cose, ma non hanno a che fare con la ri-definizione di famiglia. Per quel che riguarda famiglia, etica e fede è ormai consolidato il processo di secolarizzazione nel nostro paese per cui la fede e l’appartenenza alla nostra Chiesa è un fattore di minoranza e la percentuale di matrimoni celebrati in chiesa non corrisponde alla percentuale dei praticanti, è troppo più alto di quanto non sia. Oggi c’è la possibilità e la necessità che la scelta vocazionale, la scelta valoriale legata al matrimonio sia molto più esplicita, più personalizzata, più chiara, faccia più differenza: chi si sposa in chiesa tendenzialmente sceglie un qualcosa di diverso rispetto ad un altro percorso. La questione valoriale ed etica invece riguarda tutti, cioè tutto il tema dei legami, tutto il tema del progetto, della promessa che si può fare, dell’impegno di donare la propria vita nelle mani dell’altro, questo è un debito antropologico della nostra società, è una difficoltà dell’umano ed è una debolezza del progetto familiare che, con o senza chiesa, comunque rimane da sanare, perché non è che uno debba essere necessariamente cattolico, battezzato, ecc… per riconoscere che i legami tra le persone sono una buona cosa e non solamente un vincolo alla propria libertà.

 

  Ultimo intervento: Giusto un anno fa, Padre Sorge, ad una conferenza faceva questa osservazione: siamo ad un cambio epocale di cultura, perché stanno cambiando i temi culturali e non è solo una crisi di alcuni aspetti, uno degli esempi che dava era proprio come intendere la famiglia. Nei secoli passati, anche a fine ‘800, si poteva discutere sia da una parte e dall’altra sulla famiglia come realtà in crisi, ma cosa fosse la famiglia era ovvio a tutti. Il problema che c’è adesso è quello di mettere in discussione un tema culturale, di base, strutturale, qual è la famiglia. C’è una cultura che non sa più cos’è il significato di “famiglia”. Questo è un dato che va al di là del dato religioso, va al di là del dato sociale, rimane una domanda che non può rimanere insoddisfatta a lungo.

 

Raccontino del relatore sig. Francesco Belletti:

In un romanzo di fantascienza che amo moltissimo che è: “Il mondo nuovo”, il mondo nuovo è un mondo perfetto in cui Dio è stato sostituito da Henry Ford e la croce è stata sostituita dalla T del modello T che è stata la prima automobile fatta in serie. È un mondo in cui tutte le persone vengono riprodotte artificialmente in provetta e vengono costruite per categorie: gli alfa sono i dirigenti con potere decisionale, che amano le sfide decisionali, l’incertezza e la difficoltà, poi beta, gamma, delta, gli "epsilon" sono quelli che sono contenti di lavorare alla catena di montaggio, se devono andare a lavorare in fonderia li condizionano ad apprezzare il caldo, se lavorano nelle celle frigorifero li condizionano ad apprezzare il freddo. È una società in cui tutti sono felici, perché tutti occupano il posto per cui sono stati progettati, nessuno è libero, ma tutti sono felici. Questa società, dal punto di vista degli stili e dei comportamenti di vita privata, è una società totalmente liberata, nel senso che addirittura i riti religiosi sono riti di orge, la sessualità è totalmente liberata, perché scollegata totalmente dalla generatività, nel senso che è solo esercizio unitivo, ma non ha niente di procreativo, perché la procreazione è tutta fatta in provetta e quindi i comportamenti di fedeltà sono pesantemente perseguiti e poi le parole pornografiche sono: padre, madre, parto, maternità, paternità. Ecco questo è un modello estremo, radicalizzato di quanto la perdita di fondo di alcuni significati che sono così vicini all’umano che non bisognerebbe neppure spiegarli sono in pericolo di estinzione. Per finire il racconto dico che alla fine questo nuovo mondo viene scombinato, perché uno di questi viene difettato ed ha quel minimo di libertà per cui si innamora di una e questa cosa genera la devastazione di tutto il sistema.