Cinisello Balsamo, 28 Gennaio 2004
Sì,
abbiamo bisogno di conoscere questa donna: perché donna; donna che pensa con il
cuore in cui pulsa la vita; donna che ha familiarità con il primo e secondo
Testamento; donna che è icona della barbarie del Novecento paradossalmente
lungo nelle sue atrocità.
Da
uno scritto, breve, dal piglio sicuro e diretto perché ogni parola in esso
espressa è stata prima interiormente sottoposta a discernimento intellettuale e
spirituale, emerge chi è Edith Stein.
ANNO
SANTO 1933, 12 APRILE
La
Stein invia una lettera a Pio XI 1. E’, questa, la sintesi di un
cammino spirituale ancorato alle proprie radici ebraiche e orientato dalla
docilità allo Spirito di verità alla sequela del Signore Gesù.
L’espressione di una lettura attenta e lucida della realtà tedesca fatta con
sguardo profetico che, acuto, scava nelle pieghe del comportamento del governo
hitleriano che si definisce “cristiano”: per farne emergere
l’anticristianesimo. Dottrinale, politico, che è violazione dei diritti
umani, «guerra di sterminio contro il sangue ebraico», «oltraggio alla
santissima umanità del nostro Salvatore, della beatissima Vergine e degli
Apostoli».
Lo
scritto, proprio perché manifestazione della filiale preoccupazione per il
silenzio della Chiesa, si fa monito: «Noi tutti, che guardiamo all’attuale
situazione tedesca come figli fedeli della Chiesa, temiamo il peggio per
l’immagine mondiale della Chiesa stessa, se il silenzio si prolungasse
ulteriormente. Siamo convinti che questo silenzio, a lungo andare, non può
neppure ottenere la pace dall’attuale governo tedesco».
Grazie
all’apertura dei fondi dell’Archivio Segreto Vaticano sulla Germania durante
il pontificato di Pio XI (1922-1939) avvenuta il 15.02.2003 per volontà di
Giovanni Paolo II, possiamo leggere per intero la lettera. Ne avevamo conoscenza
dell’invio in Vaticano solo attraverso le pagine autobiografiche della Stein.
Certamente
essa merita uno studio attento, analitico, comparato, contestualizzato,
interdisciplinare. Anche dal punto di vista dello stile della donna Stein.
Santo Padre!
Ai piedi di Vostra Santità, chiedendo la benedizione apostolica Dott.
Edith Stein Docente
presso l’Istituto Tedesco di Pedagogia Scientifica Münster/W. Collegium
Marianum(4). <<So
che la lettera venne consegnata sigillata al S. Padre, del quale ricevetti poco
dopo la benedizione per me e i miei cari. Null’altro. In seguito, ho pensato
spesso se quella lettera gli fosse ritornata qualche volta in mente, poiché
negli anni successivi si verificò passo per passo quanto avevo previsto per
l’avvenire dei cattolici della Germania». Questo
appunto-ricordo è del 1938. Con l’enciclica Mit brennender Sorge del
14 marzo 1937 Pio XI condanna il nazismo con la sua teoria sulla razza, il
principio dell’unica guida e il totalitarismo. Nel documento leggiamo che
l’uomo in quanto persona, possiede diritti dati da Dio che devono essere
tutelati da ogni attacco da parte della comunità. Sempre
nell’Anno santo 1933 Edith, che non è ancora postulante carmelitana,
partecipa a un’ora di adorazione nel Carmelo di Colonia. Ricordando, scrive:
«Un sacerdote […] vi teneva una predica […]. Parlava molto bene e in modo
veramente persuasivo, ma il mio spirito era occupato da qualche cosa di più
intimo delle sue parole. Mi rivolsi al Redentore e gli dissi che sapevo bene
come fosse la sua croce che veniva posta in quel momento sulle spalle del popolo
ebraico: la maggior parte di esso non lo comprendeva, ma quelli che avevano la
grazia d’intenderlo avrebbero dovuto accettarla pienamente a nome di tutti.
Mi sentivo pronta, e domandavo soltanto al Signore che mi facesse vedere come
dovevo farlo. Terminata l’Ora Santa ebbi l’intima certezza di essere stata
esaudita, sebbene non sapessi ancora in che cosa doveva consistere quella croce
che mi veniva imposta» 5. LA DONNA PASSIONALE E PENSANTE Edith
è dottoressa in filosofia con la dissertazione di laurea Il problema
dell’empatia discussa nel 1916. Ne è relatore Edmund Husserl, il
fondatore della scuola fenomenologica del Novecento, che l’ha affascinata con
il principio della “spregiudicatezza”, con l’atteggiamento dell’epoché,
con il metodo espresso nella formula: “andiamo alle cose stesse”, grazie ai
quali ci si allontana dall’idealismo critico di impronta kantiana e
neokantiana. Si esce dal soggettivismo e si torna all’oggetto. La conoscenza
è di nuovo un ricevere che assume dalle cose la sua legge. Docente
all’Istituto Tedesco di Pegagogia Scientifica Münster, nel 1932 tratta il
problema La struttura della persona umana. Precedentemente ha tenuto
conferenze in Germania e in altri Paesi europei sulla donna, perché
vuole sensibilizzare l’opinione pubblica, sia maschile sia femminile, sui
diritti che le competono, quali il diritto di voto, di istruzione, di
partecipazione alla vita pubblica. E desidera le sia riconosciuta e possa vivere
la dignità femminile come persona, anzitutto, e poi come compagna alla stessa
altezza dell’uomo e come madre. Agli
occhi della Stein al cogito cartesiano di connotazione narcisista, che
favorisce però l’acquisizione di idee chiare e distinte, manca la freschezza
e vivacità dell’esperienza con cui capto l’esperienza dell’altro. Da qui
la fatica di comprendere che cos’è l’empatia. Le ricerche la portano
ad affermare che è esperienza dell’esperienza dell’altro; è ponte
lanciato al tu per comprenderlo, viverlo con la propria irrepetibilità,
lasciandomi provocare: per risvegliare le mie risorse assopite, superare i miei
limiti, allargare gli orizzonti della visione della vita e del conoscere. La
fatica della fondazione del concetto di empatia è tale che la Stein la
paragona, molto femminilmente, a un parto della mente. Felice però è l’esito
del travaglio: offre all’umanità intera un novum che arricchisce il
patrimonio culturale, e potenzia e affina lo sguardo sull’altro e sul mondo. I
lavori sull’empatia sono portati a termine, dopo che ha prestato servizio come
crocerossina in un lazzaretto in Austria durante la prima guerra mondiale. E’
indicativo ciò: pare voglia misurare e verificare le sue faticose indagini
intellettuali sul campo dell’esperienza per far propri i vissuti dell’altro.
La disponibilità, serenità, attenzione agli ammalati sono tali da essere
ammirata, stimata e amata. Ed anche rispettata: nel servizio vigile, espressione
del sacrificio di sé, non scende a compromessi né con i medici né con i
colleghi. In
Causalità psichica, uno dei due saggi dei Contributi, edita nel
1922, Edith esprime questo suo stato d’animo in una pagina che, a buon
diritto, è una pagina di letteratura. «Esiste uno stato di riposo in Dio
[…]. Questo stato, un poco io l’ho provato, dopodiché un’esperienza, che
oltrepassava le mie forze, consumò totalmente le mie energie spirituali e mi
tolse ogni possibilità di azione. Paragonato all’arresto di attività per
mancanza di slancio vitale, il riposo in Dio è qualcosa di completamente nuovo
e irriducibile. Quello era silenzio di morte. Al suo posto subentra ora un
sentirsi custoditi, liberati da tutto ciò che è preoccupazione, obbligo e
responsabilità riguardo all’agire. E mentre mi abbandono a questo sentimento,
a poco a poco una vita nuova comincia a colmarmi e, senza alcuno sforzo della
mia volontà, a spingermi verso nuove realizzazioni. Questo afflusso vitale
sembra essere qualcosa che promana da un’attività e una forza che non è la
mia e che, senza nulla pretendere dalla mia, diventa attiva in me»6:
è la forza di Dio. Donna
di notevole elevatura è Edith, ma la sua è un’intelligenza molto inquieta,
analitica, dallo sguardo acuto. Prima
di essere afferrata da Cristo per cui capitola ai piedi della Croce, i percorsi
della sua vita sono percorsi interrotti. Vuole
andare a scuola con un anno di anticipo. Lo ottiene e, felice, naviga nel mare
aperto delle conoscenze. Negli anni adolescenziali vi prova un profondo disagio:
perché i professori non sanno rispondere ai suoi interrogativi. E’ meglio non
perdere tempo e andare altrove. Interrogare, cioè, la vita stessa, lontana
dalla casa materna e nell’altrove della famiglia della sorella
maggiore. Non
ascoltando il parere di alcuno, ritiene giusto iscriversi a filosofia. Bravi
sono i docenti, ma ai suoi occhi non più di tanto. Lascia l’Università di
Breslavia e ottiene dalla madre di andare a studiare a Gottinga dove insegna
Husserl. La sua intelligenza è appagata. Così pare. Quando nel pensiero del
maestro legge la svolta dal realismo all’idealismo, se ne allontana. Ma
continuerà a stimarlo e a volergli bene. FIGLIA
DEL POPOLO EBRAICO E FIGLIA DELLA CHIESA CATTOLICA Da
piccola vive con entusiasmo le feste ebraiche. Soprattutto perché feste di
famiglia. Ma la più solenne e a lei cara è quella dello Yom
Kippur: perché le ricorda il giorno del compleanno e ha una connotazione di
rigore: «Ha costituito sempre un’attrattiva per me il fatto che in questa
occasione non si prendessero cibi né liquidi per 24 ore e più»9.
Non solo: «Le splendide melodie antiche di questa sera incantano persino gli
appartenenti ad altre religioni»10. La connaturalità con questa
festa emerge anche dall’opuscolo La
preghiera della Chiesa del 1936. La
madre, affranta e desolata per la conversione della figlia che, da cattolica,
l’accompagna alla sinagoga e con lei prega, stupefatta riconosce che non ha
mai visto nessuno pregare come Edith. Dopo
la conversione del 1922, la Stein desidererebbe farsi carmelitana: per fare
spazio a Dio nell’interiorità del proprio io, dimorare in lui, condividere la
sua passione per l’umanità con la preghiera di espiazione e intercessione.
Non può realizzare questo suo desiderio: sarebbe un infierire contro la madre.
E, poi, è bene che, oltre ad essere insegnante e traduttrice, sia anche
conferenziera. Accetta quest’ultima obbedienza: a patto che possa comunicare
come camminare con la mano nella mano del Signore, che è per noi padre, madre,
sposo. Amante e amato. Edith
Stein Benedicta a Cruce scrive per i suoi contemporanei, che si sentono esposti
al nulla, aggrediti da paure e assaliti da angoscie, Essere finito e essere
eterno, Vie della conoscenza di Dio, Scientia Crucis.
Sono pagine filosofiche, teologiche, mistiche: nel buio pesto del male offrono
un po’ di chiarore e coraggio. «Malgrado la mia precarietà io sono e sono
mantenuta in vita di attimo in attimo, e nel mio essere fugace contengo un
essere duraturo. So di essere sostenuta, e qui sta la mia tranquillità e
sicurezza – non la sicurezza consapevole dell’uomo che sta su un terreno
sicuro con le proprie forze, ma la dolce e beata sicurezza del bambino sorretto
da un braccio forte -, che in pratica è una sicurezza non meno ragionevole»11. Ed
altre tratte dal Motu proprio, sempre di Giovanni Paolo II, Per la
proclamazione di santa Brigida di Svezia, Santa Caterina da Siena e Santa Teresa
Benedetta della Croce compatrone d'Europa (Roma 1° ottobre 1999): «Noi
guardiamo oggi a Teresa Benedetta della Croce riconoscendo nella sua
testimonianza di vittima innocente, da una parte, l'imitazione dell'Agnello
Immolato e la protesta levata contro tutte le violazioni dei diritti
fondamentali della persona, dall'altra, il pegno di quel rinnovato incontro di
ebrei e cristiani, che nella linea auspicata dal Concilio Vaticano II, sta
conoscendo una promettente stagione di reciproca apertura. Dichiarare oggi Edith
Stein compatrona d'Europa significa porre sull'orizzonte del vecchio Continente
un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza, che invita uomini e
donne a comprendersi e ad accettarsi al di là delle diversità etniche,
culturali e religiose, per formare una società veramente fraterna. Cresca,
dunque, l'Europa! Cresca come Europa dello spirito! Note 1)
Nei giorni in cui la Stein scrive la lettera al Papa, a Berlino i
rappresentanti dell’Episcopato tedesco hanno contatti con il governo. Nello
stesso mese di aprile, dal 10 al 18, il vice-cancelliere Von Papen, a Roma, ha
colloqui con la S. Sede per un eventuale Concordato con il Reich. Il 20 luglio
1933, in Vaticano, è firmato da Pacelli e Von Papen. Le
vicende, che seguirono alla firma del Concordato, attestano la lucidità di
giudizio della Stein. Pio XI nella Mit brennender Sorge, ricostruendo il
senso del Concordato, scrive: «Quando noi, Venerabili Fratelli, nell’estate
del 1933, a richiesta del governo del Reich, accettammo di riprendere le
trattative per un Concordato, in base a un progetto elaborato già vari anni
prima, e addivenimmo così a un solenne accordo, che riuscì di soddisfazione a
voi tutti, fummo mossi dalla doverosa sollecitudine di tutelare la libertà
della missione salvatrice della Chiesa in Germania e di assicurare la salute
delle anime a essa affidate, e in pari tempo al sincero desiderio di rendere un
servizio d’interesse capitale al pacifico sviluppo e al benessere del popolo
tedesco» in Tutte le encicliche dei sommi pontefici, a cura di E.
Momigliano, Dall’Oglio Editore, Milano 1990 p.1065. Sempre
in quei giorni l’animo di Edith è ferito da un ulteriore atteggiamento
negativo del collega Martin Heidegger. Hugo
Ott, biografo di Heidegger, nella ricostruzione dell’ambiente cattolico di
Friburgo dove la Stein si è laureata e portato avanti ricerche personali, in
“Avvenire” del 23 ottobre 2003, intervistato da Gianni
Santamaria sottolinea come «certamente portò con sé nella cella del
Carmelo di Colonia anche l’esperienza per lei sconvolgente di come Martin
Heidegger si accingesse a divenire il filosofo del nazismo a partire
dall’accettazione del rettorato dell’Università di Friburgo nell’aprile
del 1933 [quando] Edith Stein indirizzava attraverso l’arciabate di Beuron
Wlazer il suo straziante appello a Pio XI» (p. 26). 2) La Stein nasce a Breslavia il 12 ottobre 1891 da genitori
ebrei. 3) Riceve il battesimo
nella chiesa cattolica il 1° gennaio 1922. 4) La lettera, riprodotta nella traduzione di Brigida Pesce,
è stata pubblicata nel Corriere della Sera del 19 febbraio del 2003.
L’ho leggermente modificata. 5)
E. Stein, «Come giunsi al Carmelo di Colonia», cit. da Teresia
Renata de Spiritu Sancto, Edith Stein, Morcelliana, Brescia 1952,
p. 170. 6) E. Stein, Psicologia
e Scienze dello spirito-Contributi per una fondazione filosofica, Città
Nuova, Roma 1996, p. 115-116. Ho utilizzato la traduzione di M. Paolinelli,
La ragione salvata, F. Angeli, Milano 2001, p. 252. 7) E. Stein, Storia
di una famiglia ebrea, Città Nuova, Roma 1992, p. 58. 8) ibi, p.57. 9) ibi, p. 65. 10)
ibi, p. 66. 11)
Queste riflessioni di E. Stein si trovano nell’edizione tedesca di Essere
finito e essere eterno. In lingua italiana in E. Stein,
Vie della conoscenza di Dio, edizioni messaggero, Padova 1983, p.
113, a cura di C. Bettinelli.
Come figlia del popolo ebraico2, che per grazia di Dio è da
undici anni figlia della Chiesa cattolica3, oso esprimere al Padre
della cristianità ciò che preoccupa milioni di tedeschi.