L'intervento di ROBERTO PARMEGGIANI

Cinisello Balsamo, 02 Dicembre 2003

Innanzitutto vi ringrazio di cuore per questo invito, che è stato per me un’occasione per poter approfondire ulteriormente la conoscenza di Don Gnocchi: ho ripreso in mano il libro che ho scritto due anni fa su di lui, sulla base dei documenti della Causa di Beatificazione, e son potuto entrare ancora di più nel cuore del suo pensiero e della sua azione, che non si possono staccare l’uno dall’altra.

Non si può parlare delle opere di Don Gnocchi senza parlare anche, e prima ancora, della sua profonda spiritualità: in lui le opere nascevano dall’adesione completa e schietta al Vangelo e dalla capacità di abbandonarsi totalmente a Dio, nel quale nutriva una fiducia assoluta e dal quale traeva la forza per compiere i suoi gesti di carità concreta.

Era uno che si spendeva totalmente per gli altri perché sapeva che Gesù si era speso totalmente per lui. Era un credente convinto e contagioso, uno che al suo ideale ha dedicato tutta la vita. Rileggere i suoi scritti e ripensare alla sua vita mi ha fatto venire voglia di cercare di assomigliargli almeno un po’. Spero che la stessa cosa capiti anche a voi: se sarà così, vorrà dire che la mia presenza qui stasera ha avuto un senso.

E allora partiamo nel nostro viaggio dentro e intorno a Don Gnocchi. Prima parleremo di lui, conosceremo il suo pensiero e la sua grande opera di carità, soffermandoci in particolare sul problema del dolore innocente. Infine cercheremo di capire che cosa il suo esempio dice ancora oggi a noi, che cerchiamo di vivere il cristianesimo in maniera almeno decente.

Il discorso su Don Gnocchi si articola in tre momenti: il prete, il testimone e il profeta, come tappe di una parabola umana che l’ha portato a diventare quello che è stato.

 IL PRETE

Don Gnocchi era soprattutto un prete, si sentiva totalmente prete, insieme padre e servo delle persone che gli erano affidate, dei loro corpi ma anche e soprattutto delle loro anime. Era un sacerdote innamorato di Dio e del prossimo, che amava tanto il Cristo crocifisso da vederlo in ogni persona sofferente, tanto più se debole e fragile come i bimbi mutilati dalle bombe che, al termine della seconda guerra mondiale, in Italia giacevano inesplose, pronte a scatenare la loro potenza quando un bambino, giocando, faceva scattare inavvertitamente il loro congegno di distruzione.

Questo era il problema che don Gnocchi ha voluto affrontare dal suo rientro dalla Russia, dove era stato cappellano degli Alpini. In Russia ci era andato per stare vicino ai suoi ragazzi: era assistente spirituale del Gonzaga, a Milano, e quando vide che i suoi allievi venivano spediti al fronte decise che anche lui doveva partire, per stargli vicino e, anche nelle steppe gelate, continuare a educarli e confortarli.

Don Gnocchi non scopre per caso il problema dei "mutilatini", c’è un senso profondo nel suo prendersi cura della persona che soffre, il suo è un itinerario logico, consequenziale, che parte dal suo essere educatore. Prima all’oratorio di Cernusco, poi nella parrocchia di S. Pietro in Sala a Milano, quindi nelle scuole, dal Gonzaga all’Università Cattolica.

Così cominciamo a definirlo meglio: don Gnocchi era un prete educatore, che coglieva tutte le occasioni che gli capitavano per parlare della bontà e dell’amore di Dio.

«Gli uomini pagano l’uno per cento. Dio invece il cento per uno», diceva. E voleva dire già qui sulla terra, in attesa del centuplo dei cieli. Sicuramente don Gnocchi era un prete che viveva per quel centuplo di eternità che Gesù aveva promesso a lui e a tutti gli uomini. E che voleva convincere gli altri che le stessa sorte attendeva anche loro.

Dice negli Atti della Causa di beatificazione monsignor Aldo Del Monte, anche lui cappellano in Russia amico e collega di don Gnocchi: «L’amore lui sgorgava dall’amore di Dio. Era innamorato della vita, del piano della Creazione, e fu certamente questo spirito interiore che gli suggerì quel gesto inedito del dono delle cornee, perché con i suoi occhi altri vedessero e glorificassero il Signore».

Abbiamo fatto un salto alla fine della storia terrena di don Gnocchi, il dono delle sue cornee a due dei suoi ragazzi, Amabile Battistello e Silvio Colagrande. Ne riparleremo a proposito del don Gnocchi profeta, ma ho voluto anticipare questo particolare della sua vita per far vedere una cosa molto semplice: don Gnocchi è morto proprio come ha vissuto, nel dono totale di sé agli altri. E questa è la sua prima grande lezione.

Certo, per essere capace di spendersi totalmente per gli altri, doveva avere dentro una grande forza. E la sua forza era la fede in Dio, la piena e completa fiducia in Lui. Leggiamo un piccolo brano dal suo testamento:

«Innalzo a Dio padre il mio ringraziamento per la vita che mi diede e che mi toglie per sua estrema bontà richiamandomi a sé. Soprattutto lo ringrazio, in Cristo suo divin figlio, per i Sacramenti di Redenzione offerti all’anima mia, soprattutto per il Sacerdozio fonte della Santa Eucaristia».

Ecco che prete era, che prete è stato fino in fondo, don Gnocchi: uno che sentiva di aver ricevuto un dono immenso e voleva darlo a tutti quelli che incontrava. Con una concezione così del sacerdozio, non poteva non essere un prete-educatore, che con i ragazzi ci sapeva fare e aveva per loro un’attenzione particolare. Sia all’oratorio di Cernusco che con i suoi mutilatini era capace di attirare i bambini e i giovani con la sua naturale affabilità, con una simpatia spontanea. A Cernusco si fece amare subito giocando con i bambini a palle di neve. Prima il gioco e poi, rientrati in canonica, la lezione: «Vedete la neve, com’è bianca? Ecco, anche le vostre anime adesso sono candide come la neve. Non sporcatele con il peccato».

Attento a ogni minima occasione che poteva risultare utile per educare, era poi sempre pronto, sempre disponibile. Perché, diceva ai suoi collaboratori, «noi dobbiamo portare a Dio le sue anime. In che misura riusciremo non ci deve importare, lasciamo fare a Lui. Guarda i Santi: sapevano Don Bosco o il Cottolengo, quando cominciarono fra tutte le difficoltà e le opposizioni al loro lavoro, dove sarebbero arrivati? E allora, rimbocchiamo le maniche e avanti!»

Dunque don Gnocchi era un sacerdote con una fede grande, trasmessagli nella sofferenza e nella povertà dalla mamma Clementina, e con una fiducia illimitata nell’aiuto di Dio. E con una straordinaria attenzione all’aspetto educativo del rapporto con i giovani. Educare sempre, educare tutti.

Disponibile, attento a ciascuno, tenero come sa esserlo un buon padre. Ma anche esigente. Alcuni testimoni della Causa ricordano che, all’ora della preghiera, interrompeva bruscamente i giochi per portare i ragazzi in chiesa ad ascoltare la Parola di Dio. O che si arrabbiava quando vedeva i ragazzi del Gonzaga con il Vangelo Rosa, come lui chiamava la Gazzetta dello sport, e raccomandava loro di non correre subito alla pagina dello sport quando sfogliavano un giornale, ma «di leggere quelle pagine che facevano attenti a quanto succedeva nel mondo e a chi nel mondo soffriva». Altra sua invenzione era l’invito ai giovani, in Quaresima, a non andare al cinema. Oggi molti vescovi invitano i fedeli delle loro diocesi al digiuno dalla Tv in Quaresima: bene, don Gnocchi ci era arrivato già negli anni ‘40. Con il cinema, perché allora la Tv non c’era, ma già aveva intuito il potenziale educativo della cosa.

Tuttavia, esigente in pubblico e nelle prediche, don Gnocchi, come ricorda lo stesso testimone che ho appena citato, «in privato si rivelava molto più dolce e comprensivo. E spesso nella sue predicazione inseriva esortazioni a evitare il peccato perché ne risultava una sofferenza per altri: “Noi pecchiamo qui”, diceva, «e i nostri soldati soffrono: il male nostro provocala sua reazione sugli innocenti».

I nostri soldati soffrono: come avrebbe reagito don Gnocchi alla strage dei militari italiani a Nassiriya, ma anche alla morte di tanti soldati americani e di tantissimi innocenti, in tutte le guerre del mondo?

 Il TESTIMONE

Ecco, con questo tema passiamo al secondo aspetto della vita di don Gnocchi, quello del testimone. E ascoltiamo subito quello che lui stesso scriveva della guerra dopo aver provato l’orrore della campagna di Russia:

«La guerra diventa condanna, castigo e redenzione degli errori dai quali è originata. Condanna in quanto ne rivela l’occulta assurdità, purificazione in forza dei sacrifici degli uomini e delle cose, redenzione in quanto può meritare agli uomini di buona volontà un ordine di vita migliore. Chi soffre per la guerra è la vittima che paga per tutti, rappacifica l’uomo con Dio e riconquista pace e ordine ai propri fratelli. Senza soffrire non si può, non si riesce a vivere con dignità da cristiani, e neppure da uomini. La sofferenza è il giusto prezzo per ogni brandello di gioia, per il diritto stesso alla felicità. Aiutare la sofferenza è creare le basi di una civiltà dell’amore».

Torneremo tra poco sul don Gnocchi profeta, ma come non vedere già in queste righe i semi della profezia, a proposito di un tema che ancora oggi sconvolge la nostra vita?

E allora don Gnocchi testimone, prima in guerra e poi tra i bambini sofferenti nell’Italia ferita. Ma sempre con gli elementi che abbiamo visto sin qui: la grande attenzione alle persone, la costante e incrollabile fiducia in Dio, il nutrimento frequente della preghiera e dell’Eucaristia, l’impegno continuo a educare, la serenità anche in mezzo al dolore, la capacità di cogliere il bene in qualunque situazione, e anzi di farlo nascere, il bene, anche dal male, come a proposito della guerra, in uno sforzo di redenzione del mondo attraverso la partecipazione alla sofferenza.

Tutte qualità che in don Gnocchi esplosero con i mutilatini (e poi con i poliomielitici e via via con i sofferenti di tutti i tipi di handicap), ma che si affinarono, essendo in lui già esistenti, proprio nei mesi della guerra.

Fu in Russia che don Gnocchi maturò la sua grande idea di un’opera per i sofferenti. Era la promesa che faceva ai suoi alpini mentre li abbracciava, pochi attimi prima della loro morte: «Don Carlo, i miei figli...». «Ci penso io, non ti preoccupare».

Le cronache di guerra parlano di un prete instancabile, che partecipava della dura vita dei suoi soldati condividendo le loro stesse sofferenze. E che anche in quella terribile situazione non smetteva di educare e confortare.

Racconta un testimone della Causa, che era autista della Divisione Tridentina, la stessa di don Gnocchi: «Anche quando andava al fronte e vi rimaneva dalla mattina alla sera confessava i soldati e distribuiva loro la Comunione. In questa attenzione ai suoi soldati don Carlo era instancabile, perché cercava di confortarli anche contro gli orrori e l’ingiustizia della guerra. Non ebbe mai parole di incitamento al combattimento, anzi una volta gli chiesi: “Perché ci hanno portato qui?”, e lui mi rispose: “È la cattiveria degli uomini”».

Non mi dilungo sull’esperienza di don Gnocchi in Russia, anche se ci sono pagine affascinanti scritte da lui stesso o raccontate dai testimoni. Quello che qui importa è capire che la decisione di gettarsi nell’opera dei mutilatini nacque là, nell’orrore della guerra. Un’esperienza fondamentale per lui: prete sempre, adesso diventava anche testimone dell’amore di Dio per tutti gli uomini, sempre, anche in mezzo al dolore e all’assurdità della guerra.

Il don Gnocchi che rientrò dalla Russia era profondamente trasformato, la sua adesione all’uomo sofferente cominciava a diventare totale. Fu per questo, dice don Giovanni Barbareschi, che lo conobbe poco dopo il rientro, che don Gnocchi aderì alla Resistenza. Dovette fuggire, collaborò con Teresio Olivelli al giornale «Il ribelle», fu arrestato e per farlo uscire da San Vittore dovette intervenire il cardinale Schuster.

Voglio dirlo chiaramente: non c’è contraddizione tra il don Gnocchi che da giovane fu cappellano della Gioventù fascista e quello che aiutava i partigiani cattolici rifugiati in Svizzera. Dentro c’è sempre la stessa pasta di uomo, di prete e di testimone, che aveva deciso di vivere fino in fondo la stessa esperienza degli altri uomini. Per questo andò in guerra, per questo entrò nella Resistenza, sempre pagando del suo.

Anche in termini di denaro, perché racconta un testimone che, da poco rientrato in Italia, si mise a percorrere le valli delle nostre montagne per adempiere alla promessa fatta ai suoi alpini morenti di farsi carico dei loro figli. Dopo aver ascoltato piangendo di commozione quelle vedove che non avevano di che sfamare i loro figli, spesso lasciava loro dei soldi perché potessero almeno tirare un po’ avanti.

Finché poté aprire la sua prima casa di accoglienza, come diremmo oggi, che era rivolta innanzitutto agli orfani di guerra degli alpini, ma che da subito accolse anche i mutilatini.

 IL PROFETA

E con l’immagine di questi piccini dilaniati dalle bombe, avviciniamo il terzo don Gnocchi di questa sera, il profeta, che ci porta nel cuore del tema del dolore innocente.

Scrive lui stesso proprio nel suo libro PEDAGOGIA DEL DOLORE INNOCENTE:

«Fu in quel momento che io ebbi la precisa, quasi fìsica sensazione di una immensa, irreparabile sciagura, della perdita di un preziosissimo tesoro, più intimamente dolorosa dell’incendio di un quadro di Raffaello e della distruzione di un diamante di inestimabile valore. Era il grande dolore innocente di un bimbo che cadeva nel vuoto, inutile e insignificante, soprannaturalmente perduto per lui e per l’umanità, perché non diretto all’unica meta nella quale il dolore di un innocente può prendere valore e trovare giustificazione: Cristo crocifisso. Attraverso tutti quei lettini d’ospedale, in quei bimbi sofferenti, e per essi in tutti i bimbi del mondo (quale massa di dolore era stata imposta ai bambini durante la guerra e in questi tragici anni di tormentosa pace!) mi parve di vedere allargarsi a dismisura questo dissennato dispendio senza che gli educatori cristiani vi si opponessero sufficientemente, misurando la preziosità di questo puro tesoro e l’urgente necessità di ricuperarlo attivamente per farne dono a Cristo e alla Chiesa».

IL don Gnocchi profeta e un prete che corre, si da’ da fare come un disperato per mettere insieme i soldi che gli servono per soccorrere i bambini sofferenti. Ma attenzione: non è uno che corre come noi, a casaccio. No. Lui è uno che corre verso una meta, che ha davanti agli occhi e nel cuore il suo «puro tesoro»: aiutare i bambini feriti, mutilati, violentati dalla stupida, cieca e assurda violenza degli adulti. Noi queste cose le intuiamo appena; lui le aveva viste con chiarezza quasi 60 anni fa.

È infatti l’8 dicembre 1946 che don Gnocchi inaugura la sua prima casa. Testimone diretto di quell’evento fu il senatore a vita Giulio Andreotti, che così racconta negli Atti: «Quel sabato 8 dicembre, nella casa per i Grandi invalidi di Arosio, don Carlo Gnocchi aveva appena terminato di celebrare la Messa, quando il portinaio gli venne a dire che avevano portato un bambino. Si chiamava Bruno Castoldi. Suo padre era morto in Russia. A mezzogiorno ne arrivarono altri 6. Prima di sera ne aveva 28. Se Bruno fu il primo degli orfani, Paolo Balducci fu il primo dei mutilatini. All’imbrunire una giovane donna dal volto consumato consegna a don Carlo il suo bambino, un piccolo di 8 anni, tutto spaventato, che si reggeva malamente sulle stampelle. “Fu lo scoppio di una bomba, padre”, spiegava la donna piangendo. “Se ne è andata la gamba. Ho speso tutto tra medici, operazioni, specialisti. Ora non ho più niente. È due giorni che non mangiamo. Non ce la faccio più. Me lo prenda lei, padre, che almeno lui possa vivere”. E scappò via gridando: “Vai con lui Paolo, vai con lui”. Nessuno riuscì a fermare la donna. Don Carlo prese fra le braccia il piccolo Paolo, che si dimenava chiamando la mamma. Per due giorni il bimbo delirò, tra febbri altissime. Don Carlo non si separò mai da lui. Gli parlava sommessamente, vegliava il suo sonno, lo aiutava a mangiare qualcosa. Nei momenti di lucidità Paolo picchiava e graffiava disperatamente don Carlo, invocando la madre, che nessuno riuscì mai a rintracciare. Poi. Un giorno, Paolo gettò le braccia al collo di don Gnocchi, e tutti e due piansero sommessamente».

Don Gnocchi era un padre tenero e affettuoso con tutti i suoi mutilatini: non aveva mai tempo perché doveva sempre correre a cercare quattrini, ma per loro il tempo lo trovava. E appena poteva andava a stare un po’ con loro: giocava, cantava, suonava alla fisarmonica le canzoni degli alpini, imboccava quelli che non avevano più le mani o le braccia, stava vicino a quelli che erano stati operati da poco e gridavano per il dolore. Ci sono tanti episodi negli Atti che parlano del don Gnocchi che girava come una trottola per finanziare le sue case, ma l’immagine vera è questa: un prete alto e magro, già sofferente e stanchissimo, che abbraccia un bambino che soffre più di lui, e unendo le proprie lacrime a quelle del piccolo riesce a dare un senso al suo dolore.

Ecco la profezia vera di don Gnocchi, che fu un vero anticipatore dei tempi anche in tante altre cose, per esempio nell’uso dei mass media, della raccolta di denaro attraverso grandi manifestazioni pubbliche, dei rapporti tra il sistema di assistenza pubblico e l’aiuto dei privati. Cito soltanto un brevissimo ricordo ancora di Andreotti:

«Don Gnocchi fu il primo visitatore al Viminale appena fui nominato, nel maggio 1947, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Rinnovando i suoi voti sacerdotali, aveva scelto a tempo pieno e con suo personale rischio e impegno questo campo di apostolato così nuovo e spiritualmente affascinante. Il programma operativo era: spremere il più possibile i privati e solo dopo «pompare» dallo Stato quello che era necessario. Offerte di immobili e di mezzi gli arrivavano in misura incoraggiante. Bastavano pochi minuti dei suoi accorati appelli, con il sostegno di commoventi immagini di queste creature innocenti, per convincere ognuno del dovere di fare qualcosa. Quel primo giorno al Viminale come carta da visita mi aveva dato la fotografia di quattro suoi piccoli ospiti mulatti (altra miseria, sopraggiunta dopo la liberazione), con questa dedica: “Tutta la guerra negli occhi di questi bimbi”».

 Ecco, gli occhi. Profetico fu il dono delle cornee in punto di morte (in Italia non c’era ancora la legge sui trapianti e anche la Chiesa non aveva sciolto tutti i dubbi etici: col suo gesto mise d’accordo tutti e la legge arrivò). Ma profetico fu soprattutto il suo sguardo: uno sguardo di grande umanità in un mondo abbandonato e perduto, nell’eco di una guerra atroce e interminabile. don Gnocchi sapeva guardare a terra, all’altezza dei più sfortunati, ma solo perché prima alzava gli occhi al cielo. Era un continuo alzare e abbassare lo sguardo, il suo. Ma non divenne strabico, come troppo spesso capita a noi, che tra il cielo e la terra ci confondiamo e non capiamo più niente, fino a non fare nulla per paura di sbagliare. Forse anche lui aveva paura di sbagliare, ma andava avanti lo stesso, forte di quella forza che gli veniva dal cielo, e che lui sapeva riversare sulla terra, la forza necessaria a realizzare la sua grande opera e ad amare ognuno di quei piccoli. Una forza che lui invocava continuamente dal Signore, nei frequentissimi e intensissimi momenti di preghiera.

 IL DOLORE INNOCENTE

E attraverso questo sguardo di don Gnocchi ci avviarne alla conclusione, entrando nel problema del dolore innocente. Ne abbiamo già parlato tanto, voglio aggiungere solo poche cose per sgombrare il campo da possibili equivoci.

Don Gnocchi non vuole risolvere il problema del dolore innocente, sa che è troppo grande per le sole forze umane. No, lui decide di amarlo nelle persone che soffrono, per riscattarlo e dargli un senso nuovo, ma anche per riscattare e dare un senso alla dignità della persona che soffre, prima di tutto del bambino ferito dalla guerra, così che anche chi vive nel dolore possa vivere in pienezza. Qui sta il senso profondo di ciò che ha fatto don Gnocchi e di ciò che la fondazione che porta il suo nome continua a fare. Come dice il cardinal Martini, «i diversi Centri della Fondazione sono luoghi in cui si celebra, nella fraternità e nella prossimità, la dignità di ogni persona, soprattutto se disabile o handicappata».

Don Gnocchi stesso parla di «ricostruzione e restaurazione della persona umana»: ricostruzione nel fisico, e restaurazione nell’anima. Quella di don Gnocchi, è sempre Martini a dircelo, fu «la profezia di una umanità nuova che attende agli ultimi, allevia i dolori e le sofferenze, circonda i disabili, gli handicappati e gli anziani di quell’amore che nasce dalla contemplazione del cuore di Gesù».

Una ricostruzione e una restaurazione della persona davvero complete, integrali: oltre al recupero fisico e spirituale, don Gnocchi aveva ben presente la necessità di mettere i suoi piccoli mutilati in condizione di avere un lavoro, per poter affrontare la vita alla pari con gli altri. Ecco perché praticamente inventò il concetto di centro medico con all’interno una scuola di formazione professionale, e questo in anni in cui ancora l’assistenza era proprio e soltanto assistenza, anche da parte degli enti cattolici, non anche formazione. Lui voleva di più per i suoi ragazzi: il meglio dal punto di vista medico e scientifico, e una preparazione che li aiutasse a entrare autonomamente nel mondo del lavoro. Perché sentiva che solo così poteva affermare in pienezza la dignità di quella persona umana che, altrimenti, sarebbe andata incontro alla vita senza armi e senza speranza.

Ecco, come ha detto recentemente il cardinale Tettamanzi, don Gnocchi era un seminatore di speranza. Era uno tanto capace di vedere Gesù nei bambini sofferenti da riuscire persino a trovare una giustificazione teologica al loro dolore. Ma attenzione: non per giustificare l’esistenza del dolore, bensì proprio per dare una speranza a questi bimbi. È la sua idea del dolore innocente. Molto più che una teoria, fu per lui una ragione di vita. Riassume bene tutto questo un pensiero del Relatore della Causa:

«Don Carlo guarda con speranza a quella porzione dell’umana società che rappresenta l’avvenire e proprio perché consapevole della sua difficoltà presente la considera la porzione degna dei più attenti riguardi. Promuovere la crescita umana di questi emarginati è un grande progetto ed egli vi lavora indefessamente perché diventino persone complete e autonome. Certo gli ostacoli e le difficoltà sono molti, ma lui non si arrende, con lui è la Divina Provvidenza».

Don Gnocchi si dava da fare per costruire il futuro dì questi bambini. A loro si dedica totalmente, al punto, dicono alcuni testimoni, da rifiutare l’offerta di nominarlo vescovo che gli fa Pio XII con questa frase: «Se vostra santità vuole, volentieri. Ma se posso continuare a lavorare per i miei ragazzi è meglio».

Ha lavorato duro don Gnocchi, e con grande umiltà. Era Marta e Maria insieme, badava sia al corpo che all’anima dei mutilatini, cercava soldi ma continuava a pregare e a far pregare i «suoi» ragazzi, ai quali dedica questo

pensiero nel suo testamento: «Altri potrà servirli meglio ch’io non abbia saputo fare. Nessun altro, forse, amarli più ch’io non abbia fatto».

Ed è per loro, dopo aver conosciuto le loro immense sofferenze, che ha scritto il suo libro Pedagogia del dolore innocente, nel quale afferma a chiare lettere l’eminente dignità del fanciullo sofferente. Ma sentiamo dalla sua voce con quale lucidità ha affrontato questo immane problema:

«Come particella di un grande corpo sociale, dove tutto il bene e tutto il male entrano in circolo, anche il bambino espia la propria quota parte degli errori e delle colpe personali commesse da tutti gli uomini (ragione che dovrebbe servire da remora ogni qualvolta l’uomo è tentato di peccare)».

Ma soffrendo, i bambini partecipano all’opera rinnovatrice e restauratrice del Redentore che ha conferito al dolore il carattere positivo di purificazione e redenzione, appunto, del peccato. Insomma, la sofferenza del giusto va direttamente a redimere ed espiare le colpe sociali.

Ma come abbiamo detto, don Gnocchi non giustifica il dolore, vuole dargli un senso e aiutare chi soffre. Ascoltiamolo:

«Pertanto la nostra attitudine interna ed esterna di fronte a un bambino che soffre per invalidità, per deficienza, per mutilazione, per povertà, per malattia, per ignoranza, per abbandono e per qualunque altra causa, deve essere dominata innanzitutto da un profondo senso di rispetto, di venerazione; direi quasi di culto. In ogni bimbo sofferente noi dobbiamo vedere non solo l’uomo precocemente chiamato a partecipare all’umana solidarietà nel dolore, secondo la funesta legge di Adamo, ma un piccolo agnello che purifica e redime, secondo l’amorosa legge di Cristo, un vivente sacrificio dell’umanità innocente per l’umanità peccatrice».

E stringenti sono anche le conseguenze pratiche, operative che don Gnocchi fa discendere da questi pensieri:

«Questo sentimento di estimazione e venerazione non basta però e non serve se non si tramuta in un senso di operante responsabilità. Bisogna abituare il fanciullo a dirigere la sua pena o la sua rinuncia verso obiettivi concreti, quali si offrono ogni giorno alla sua sensibilità: per la guarigione di una persona cara, per i missionari lontani, per la conversione del babbo, per il papa, per un condannato, per un assassino di cui parla la cronaca».

Attenzione: don Gnocchi dice che bisogna insegnare ai bambini a offrire il dolore pregando, anche per un assassino, cioè uno di quelli che con i suoi peccati fa soffrire proprio i bambini. Agli occhi del mondo, questa è una cosa rivoluzionaria.

E qui potrebbe sorgere un problema: se il dolore degli innocente redime il mondo, come si concilia con questo lo sforzo di aiutare i bambini sofferenti a soffrire di meno? Ce lo spiega lui stesso, con un’intuizione bellissima e profondamente umana:

«La lotta contro la sofferenza attinge nel cristianesimo motivi e forze di incomparabile nobiltà ed efficacia. Combattendo contro il dolore, restituendo a questi esseri la gioia della fanciullezza e una maggiore capacità di vita, compromessa dalle limitazioni della malattia, noi ripariamo alle deficienze della prima generazione e faticosamente ricostruiamo la sua completezza. Chi riesce a ridonare a un bimbo la salute, l’integrità, la serenità della vita, non è meno padre di colui che alla vita stessa lo ha chiamato per la prima volta. La redenzione di Cristo non può limitarsi alla restaurazione della Grazia divina, ma deve estendere i suoi benefici alle predette conseguenze materiali della colpa originale. La cura degli ammalati, le arti della medicina, la carità verso i sofferenti, la lotta contro tutte le cause dell’umana sofferenza sono una vera e continua redenzione materiale, che fa parte della redenzione totale di Cristo e di essa ha tutto l’impegno e la dignità. Nella misteriosa economia cristiana, il dolore degli innocenti è dunque permesso perché siano manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini: l’amoroso e inesausto travaglio della scienza; opere multiformi dell’umana solidarietà; i prodigi della carità soprannaturale».

 UNA PROVOCAZIONE

Ecco, così finisce Pedagogia del dolore innocente. E così inizia l’ultimissima parte di questa serata, in cui vorrei evidenziare qualche provocazione che ci viene dalla vita di don Gnocchi. Lo farò molto brevemente, perché è giusto che ognuno, con la sua sensibilità, si chieda che cosa don Gnocchi dice a lui oggi. Traccio appena qualche pista, poi se volete possiamo parlarne insieme nel dibattito.

Partiamo dai suoi occhi, che volgeva al cielo prima di fissarli sulla terra, e dal suo sguardo profondo e umanissimo, col quale vedeva i problemi concreti che gli stavano intorno, accorgendosi di quelli che soffrivano. Noi li vediamo, qui e oggi, quelli che soffrono? O preferiamo tirare dritto e non guardare la grandissima sofferenza che ci circonda?

Se don Gnocchi fosse vivo oggi, di chi si occuperebbe? Di chi avrebbe cura? Dei malati di Aids, per esempio, dei bambini vittime della guerra in Africa (e oggi la sua fondazione è diventata ONG internazionale proprio per poter andare ad aiutare i sofferenti anche in altre parti del mondo), delle donne schiave della prostituzione, delle piccole vittime della pedofilia, di quelli che perdono gambe o braccia sulle mine, dei minori schiavizzati dal lavoro nero, e di tanti altri sofferenti, perché l’elenco è purtroppo lunghissimo.

Tutte queste persone noi le abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, dai poveri che vivono nelle nostre strade alle vittime delle guerre. Riusciamo nei loro confronti ad avere quello sguardo pietoso, carico di umanità e tenerezza che spingeva don Gnocchi all’azione concreta di carità? O preferiamo, davanti allo scandalo del dolore innocente, rimuovere il problema, magari dicendoci «tanto che cosa posso fare io», invece di farcene carico, anche in piccolissima parte, ognuno per quello che concretamente può fare?

Nessuno ci chiede di fondare una grande opera di carità, ma almeno di fare quello che possiamo sì: ce lo chiede il Cristo nel quale crediamo, ma del quale non sappiamo farci strumento.

Don Gnocchi era le mani di Dio. Noi dove le teniamo le mani di Dio? In tasca? Naturalmente sono provocazioni, e sicuramente non dobbiamo buttarci troppo giù. Se finora abbiamo fatto poco o niente, possiamo sempre cominciare adesso. E questa è un’altra lezione di don Gnocchi, che non si fece mai scoraggiare dalle difficoltà, fidandosi sempre ciecamente di Dio e affidandosi totalmente a lui. Ecco, forse anche noi dobbiamo cominciare a credere che, se noi non non possiamo, Dio può, e dobbiamo affidarci a lui perché ci aiuti a essere come lui ci vuole.

Le difficoltà sono tante, inutile nasconderselo. Anche don Gnocchi ne aveva, ma le affrontava con un sorriso, lo stesso sorriso che faceva sentire ogni persona che incontrava accolta e preziosa. E noi, come la mettiamo a sorrisi? Gli scienziati ci dicono che quando sorridiamo mettiamo in movimento un numero incredibile di muscoli della faccia. Sorridere è una bella e utile ginnastica, ma non solo dei muscoli, soprattutto del cuore.

Fede, speranza, carità: don Gnocchi ha saputo coniugare alla perfezione e incarnare in modo stupendo le virtù teologali. A tal punto che, agli occhi del mondo, poteva sembrare un pazzo, un folle. Ma il mondo, anche se non lo sa, ha bisogno di questi folli, dei pazzi di Dio. E a noi un filo di questa pazzia non può che far bene. Abbiamo un sacco di possibilità per far vedere agli altri questa pazzia dell’amore, a partire da quelli che ci stanno più vicini, in famiglia, sul lavoro, nei nostri ambiti di impegno sociale. Mostriamoci veri credenti, gente che non si vergogna di seguire Gesù, cerchiamo di essere capaci di rinunciare almeno un po’ ai nostri comodi (o alla nostra carriera, come ha fatto don Gnocchi rifiutando di diventare vescovo) e di badare un po’ di più alle necessità degli altri.

Impariamo a non vergognarci dell’amore. Perché è l’amore, in estrema sintesi, il grande insegnamento che don Gnocchi ci lascia.

Nel Libro dell’Apocalisse c’è questa frase: «Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere».

Davanti a una frase così, a noi credenti tiepidi viene subito paura del giudizio finale: saremo condannati o salvati? Ma don Gnocchi non si spaventava: lui sapeva che la vita secondo Dio consiste in una cosa sola, l’amore. Saremo giudicati in base all’amore. Se in vita avremo fatto qualcosa per amore, se avremo almeno un poco amato, Dio accoglierà questo nostro poco amore e lo porterà a pienezza.

Proprio come ha fatto con don Carlo Gnocchi.