L'intervento del dott. AGOSTINO GIOVAGNOLI

Cinisello Balsamo, 24 Febbraio 2004

(trascrizione non rivista dal relatore, i paragrafi sono stati aggiunti per una migliore leggibilità)

IL PERIODO: GLI ANNI DI PIOMBO

Le immagini che abbiamo appena viste (si trattava dei telegiornali del rapimento Moro) ci riportano davanti agli occhi la memoria di un momento difficile per l’Italia, difficile per l’esistenza di una logica ed una realtà di violenza.

Credo che oggi sia difficile da ricordare, ma quando Aldo Moro fu rapito, nei 3 anni precedenti c’erano stati più di 2700 attentati ascrivibili per lo più alla galassia del terrorismo di sinistra, e non bisogna dimenticare che l’Italia degli anni ’70 era stata insanguinata anche dalla cosiddetta “strategia della tensione”, cioè da una serie di violenze che erano culminate in quei momenti di vere e proprie stragi come quella di Brescia del ’74, prima ancora quella di Piazza Fontana del ’69, quindi in qualche modo la violenza era diventata "pericolosamente normale": l'Italia era un paese che aveva dovuto far l’abitudine alla violenza.

Credo vada detto che il rapimento e poi la morte di Aldo Moro ha davvero rappresentato uno spartiacque, perché in qualche modo nei 55 giorni del sequestro Moro, fra il 16 marzo 1978 ed il 9 maggio del 1978, è cambiato qualche cosa nel tessuto profondo della società italiana: qualcosa si è rotto in quella passività, in quella rassegnazione e in quella abitudine o addirittura anche simpatia nei confronti del terrorismo e delle sue espressioni.

Il giorno stesso del rapimento di Aldo Moro le piazze si riempirono in una certa misura spontaneamente (anche se poi i partiti, i sindacati, le forze organizzate contribuirono a queste manifestazioni),  esprimendo comunque un sentimento di grande confusione, di grande incertezza e tuttavia anche di rifiuto della violenza, perché il rapimento di Aldo Moro ha coinciso con una terribile strage dei 5 agenti della scorta: 4 si diceva morti, 1 ferito (ma il ferito è morto poche ore dopo), quindi i 5 agenti che erano di scorta ad Aldo Moro morirono immediatamente. E in un certo senso questo fu l’errore più grave delle Brigate Rosse.

Nella loro logica astratta per cui tutto si muoveva riducendo le persone a simboli di quello che erano o non erano (Aldo Moro era per loro il simbolo di quello che essi chiamavano lo stato imperialista delle multinazionali), in questa logica del tutto simbolica, quei 5 uomini non erano esseri umani, ma semplicemente la scorta militare del simbolo Moro e uccidendo queste persone le Brigate Rosse hanno fatto davvero l’errore decisivo della loro storia. Perché è vero che lo Stato Italiano viveva in quella fase, in quella situazione di grave impreparazione (si è molto parlato di complotti, di interventi di servizi segreti stranieri, di servizi italiani deviati, ecc., questo in una certa misura  può essere vero), che non credo vada sopravvalutata.

In ogni caso ciò che fu decisivo in quel momento non fu tanto la vittoria militare sulle Brigate Rosse da parte dello Stato che, appunto, non ci fu in quei 55 giorni, casomai avvenne successivamente, ma ciò che fu importante in quei 55 giorni fu il crescere di un sentimento di disgusto, di rifiuto della violenza e quindi anche di perplessità che poi divenne sempre di più una critica nei confronti delle Brigate Rosse, dei loro ideali e di ciò che esse rappresentavano.

Questo non era scontato nel 1978, ripeto quei 2700 attentati degli anni precedenti e altri ce ne sono stati durante i 55 giorni e altri ce ne sono stati anche negli anni immediatamente successivi, ma ormai la parabola era entrata in una fase discendente, tutto questo è avvenuto perché il terrorismo godeva di un largo consenso, perché le Brigate Rosse non erano isolate, perché avevano molti simpatizzanti i quali credevano che la strada giusta per cambiare le cose  fosse effettivamente la strada della violenza e ripeto questa era un’idea condivisa da altre forze di destra che credevano ugualmente all’opportunità di seguire la stessa strada.

Qui c’è una riflessione da fare sulla violenza considerata come l’unico modo efficace per incidere sulla realtà, per affermare dei valori, magari anche giusti certe volte, non necessariamente sbagliati, per modificare situazioni che sembrano cristallizzate, quindi non più modificabili con mezzi normali. Aldo Moro è stato l’espressione opposta alla violenza: credeva al dialogo e credeva alla politica.

IL MOMENTO POLITICO

Il rapporto con i comunisti va capito nel contesto dell’epoca. I Comunisti non sono solo un altro partito rispetto a Democrazia Cristiana sono un altro mondo, il comunismo era una realtà anzitutto del mondo sovietico, dei paesi cosiddetti satelliti che erano mortalmente contrapposti all’altra metà del mondo occidentale, capitalista e quindi un mondo che era contrapposto al mondo occidentale per esempio sul piano dei valori religiosi.

La scomunica della Chiesa Cattolica nei confronti dei Comunisti nel 1949 continuava a segnare in qualche modo la realtà di una incomunicabilità profonda, radicale, assoluta anche se molte cose  erano cambiate nel frattempo, anche se c’era stata un’evoluzione del mondo cattolico, Giovanni XXIII, il Vaticano II e lo stesso Comunismo aveva mostrato qualche propensione alla distensione pacifica, ma rimanevano due mondi radicalmente lontani, contrapposti.

Questa divisione, questa lacerazione della Guerra Fredda passava dentro il contesto italiano, in profondità: i parlamentari di Democrazia Cristiana e del Partito Comunista non usavano frequentarsi, non era nelle abitudini dei due partiti farsi vedere con l’uno o con l’altro, ma non si parlavano neanche al telefono, pur vivendo a poche centinaia di metri, pur incontrandosi in Parlamento, in tante occasioni ufficiali c’era una netta separazione.

Quando si fa politica bisogna anche un po’ capire la testa dell’altro e invece non c’era modo se non alla lontana e allora ecco l’importanza di Aldo Moro. In una statua che è stata fatta di lui nel suo paese natio a Maglie Aldo Moro è stato rappresentato con un giornale dell’Unità nella tasca per dire che era un cattolico che aveva simpatie nei confronti del comunismo. Questo è sbagliato. Aldo Moro non aveva alcuna simpatia nei confronti dei comunisti e non era assolutamente uno che si ispirava all’unità. Era l’espressione di un altro mondo quello cattolico, era il leader di Democrazia Cristiana da tanti anni, addirittura era il presidente del partito in quel momento.

Si è molto parlato a proposito di quegli anni del cosiddetto “catto-comunismo”, non è mai esistito o forse è esistito negli elementi di poche persone. La realtà è un’altra: si trattava di due mondi molto diversi fra di loro, anzi addirittura antagonistici, i quali si trattavano, si parlavano, discutevano, litigavano dentro quella cornice che dovrebbe essere la politica in cui, in realtà, sono i contenuti che contano e quindi questa incomprensione assoluta trovava però nella politica, sul terreno della politica, nei luoghi della politica, nello spazio della politica la possibilità di un superamento e Aldo Moro è l’espressione di come la politica possa essere utilizzata fino in fondo laddove non sembrerebbero esserci altre possibilità di intesa, di comprensione, semplicemente proprio di capire l’altro così com’è a prescindere poi dalla possibilità di collaborare o di dialogare o altre cose.

Aldo Moro era così convinto di questo ruolo importante che, rapito dalle Brigate Rosse, le lettere che scrisse e che furono fatte arrivare erano lettere che tutto sommato invitavano in qualche modo a dialogare anche con le Brigate Rosse.

 Probabilmente non era così facile farlo e sappiamo che ci fu una discussione sul problema se trattare o non trattare  con le B.R., ma quello che voglio dire è che era profonda la convinzione di Aldo Moro tanto che per Moro era importante dialogare persino con i suoi carcerieri. Qui possiamo vedere la forza, chiaramente l’ispirazione cristiana che si traduce anche poi sul piano politico per cui la dignità dell’altro resta comunque un valore fondamentale anche quando si tratta del tuo carceriere o addirittura del tuo carnefice.

Aldo Moro certamente ci ha lasciato una grande testimonianza del resto i brigatisti ci hanno raccontato che Moro ha passato buona parte del tempo della sua prigionia chiedendo di ascoltare le registrazioni della messa o pregando o meditando a dimostrazione che effettivamente il suo essere cristiano non era un elemento accessorio, ma certamente  era un dato fondamentale costitutivo della sua personalità e dei suoi comportamenti.

Aldo Moro era un grande politico per questa capacità, per questa volontà di dialogare che naturalmente aveva tanti nemici, perché il dialogo ha sempre molti nemici, nel mondo della guerra fredda il dialogo che in Italia si è instaurato in quegli anni fra Democrazia Cristiana e il Partito Comunista non piaceva agli Americani, ma non piaceva neppure ai Sovietici e più volte Aldo Moro prima, ma anche durante la prigionia, ebbe la sensazione che c’erano dei tentativi dall’una parte e dall’altra di sabotare questo dialogo, anche se probabilmente l’operazione del rapimento e della morte di Aldo Moro non fu etero-diretta dai servizi segreti americani o sovietici.

È vero però che gli uni e gli altri non mossero granché delle loro possibilità per salvarlo, perché dico che non credo che ci fossero dietro in modo attivo questi servizi segreti delle grandi potenze? Perché dire questo significa ancora una volta sottovalutare la gravità della situazione italiana dell’epoca e la gravità di quella logica di violenza che si era scatenata in un modo, in una spirale che non era più controllabile e perché si era sviluppata in questo modo? Proprio perché, come dicevo, si era aperto in Italia un dialogo fra mondi che erano radicalmente antagonistici e questo dialogo ha provocato delle reazioni all’interno del mondo italiano.

Che cosa volevano le Brigate Rosse? Non volevano che ci fosse  questo dialogo e così anche le forze di destra cosa volevano? Volevano che la politica italiana rompesse il dialogo con i comunisti, quindi c’è un’azione simmetrica delle opposte violenze contro la possibilità del dialogo, la possibilità di una politica intesa come possibilità di avvicinarsi e soprattutto di avvicinare i mondi che si rappresenta, perché  non è solo interessante che Berlinguer e Moro parlassero, ma soprattutto che  milioni di persone che si riconoscevano o nell’uno o nell’altro si sentissero in qualche modo coinvolte, quindi era un dialogo che non riguardava solo i vertici, ma era un dialogo che smuoveva dei mondi e quando tutto o perlomeno molto spingeva invece a separare o a contrapporre questi mondi.

UN MOMENTO ALTO DELLA POLITICA ITALIANA

La riflessione su Aldo Moro, su ciò che ha rappresentato e anche sulla sua fine è importante per ricordare un momento alto della politica italiana, perché un momento in cui in effetti la politica è diventata capace di fare la storia, infondo nel mondo i comunisti e gli anticomunisti si combattevano restando diversi tra di loro, questo è importante per questo non credo al catto-comunismo, non è un buonismo facile, non è una fusione priva di sostanza, si tratta di due mondi che mantengono la loro identità diversa, però entrano in un rapporto che esclude la violenza: è questo il grande valore della politica.

Qualcuno ha scritto che la politica comincia quando finisce la vendetta, nel mondo primitivo c’è la vendetta e il mondo civile supera la vendetta nel momento in cui trasforma la tensione, il conflitto, il contrasto in politica, cioè in qualche cosa che ha delle regole e la regola fondamentale è questa: è l’esclusione della violenza.

Questo certamente è entrato in crisi dopo la morte di Aldo Moro, vogliamo dire che è entrato in crisi a causa della morte di Moro? In una certa misura sì, nel senso che questa persona ha rappresentato qualche cosa di molto importante e la perdita del suo contributo ha certo reso tutto molto più complicato, però non possiamo spiegare la crisi della politica italiana soltanto con la scomparsa  di Aldo Moro, il fenomeno si lega a vicende più ampie.

Facciamo un passo indietro. Vorrei tornare al 1974 quando ci fu in Italia il referendum sul divorzio: un gruppo di cattolici conservatori propose di sottoporre a referendum la legge che introduceva il divorzio in Italia e che era stata approvata dal Parlamento Italiano nel 1970 e quindi 4 anni dopo si andò al referendum. Iniziativa probabilmente ingenua nel senso che poi il referendum svelò che ormai gran parte degli Italiani non accettavano più che l’indissolubilità del matrimonio fosse legge e quindi votarono contro l’abrogazione (lo fece il 59% dei voti), ma quello che è soprattutto più grave è che quella vicenda, che appunto aveva avuto dei promotori cattolici, fu in realtà poi interpretata come una grandissima vittoria delle componenti laiche, anzi più squisitamente laicista come il partito Radicale, Pannella e via dicendo e poi anche da un mondo più ampio che si riconosceva.

È la prima volta che in Italia viene messo in discussione qualche cosa che non era stato più messo in discussione dal 1947, cioè da quando era entrata in vigore la Costituzione Italiana che nasce anche sulla base di un accordo che espunge il tema religioso dalla lotta politica.

L’approvazione del concordato del 1947 e qui un contributo importante lo dettero i Comunisti con Togliatti che respinse tutte le tentazioni anticlericali, anticattoliche che erano forti nel suo partito, fortissime nel Partito Socialista per introdurre quella che è stata chiamata la pace religiosa, cioè la politica italiana che ha vissuto in precedenza in modo angoscioso il problema del rapporto con la Chiesa, con i cattolici, la questione romana, il dissidio tra Stato e Chiesa, dal 1947 ha vissuto un periodo in cui comunque la questione religiosa è stata messa da parte.

Nel 1974 invece comincia una fase nuova in cui gli Italiani tornano a dividersi su valori religiosi: chi è contro, chi è a favore e poi tutte le posizioni intermedie possibili e questo ha rappresentato un elemento di frattura all’interno della vicenda politica italiana che in qualche modo la stessa azione di Aldo Moro era riuscita a contenere e che per altro verso, bisogna riconoscere che, da parte sua,  Berlinguer aveva mostrato grande sensibilità per questo tipo di problemi, ma questa questione in qualche modo torna ad emergere.

Un piccolissimo esempio: durante i 55 giorni proprio davanti alla drammatica emergenza del rapimento di Aldo Moro il rapporto fra i due grandi partiti italiani di quel momento Democrazia Cristiana e Partito Comunista è un rapporto che diventa molto solido per fronteggiare una crisi così drammatica evidentemente, ma immediatamente dopo ci sono delle elezioni amministrative non particolarmente importanti il 14 maggio 1978 in cui il Partito Comunista subisce una flessione e questo impressiona moltissimo i dirigenti comunisti i quali si interrogano, perché interpretano forse non a torto quel voto come una critica, perché hanno stabilito un rapporto troppo stretto con il nemico di sempre, con l’avversario di sempre, con quella figura, con quegli uomini che essi stessi hanno poi demonizzato per tanti anni.

 Qui il primo segno di quella crisi del rapporto fra D.C. e il P.C. che si trascina per un paio di anni finché la Democrazia e il suo congresso nel 1980 approva il cosiddetto “preambolo” con cui chiude a rapporto con i comunisti e risponde poco dopo Berlinguer con la cosiddetta “svolta di Salerno” in cui dice: qui basta con Democrazia Cristiana dobbiamo creare un’alternativa.

Dopo di che la politica italiana si blocca, perché i due grandi partiti non sono in grado di fare niente da soli. Non sono più in grado di dialogare, perché hanno rinunciato a farlo, ma non sono neanche in grado di alternarsi al governo, perché comunque il Partito Comunista è ancora legato a certe connessioni internazionali e quindi non è abilitato a governare.

Certo qui c’è poi tutta l’iniziativa socialista, l’iniziativa di Craxi che coglie lucidamente l’immobilità della politica italiana e cerca di inserirsi come terzo elemento facendo leva su tutti quegli elementi che rendono difficile il rapporto fra Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, lavora per allontanare questi due partiti, per fare spazio al suo partito utilizzando temi di laici, di conflitto anticlericale ed è un’operazione politicamente comprensibile (un terzo partito che vuole trovare il suo spazio), ma lo fa mentre il quadro politico è immobile e senza proporre una nuova visione politica, lo fa cercando di guadagnare tanti consensi finché poi il suo partito avrà la forza di fare qualche cosa.

Questo momento non arriva mai, perché in realtà il disegno politico di Craxi è fallito prima di Tangentopoli, perché la logica di Craxi era quella di arrivare ad una forza del suo partito che fosse almeno al 15%, tenete conto che i due grandi partiti avevano più o meno il 30% di voti, mentre il Partito Socialista partiva dal 9% di voti, quindi era una realtà debole, quindi il grande tentativo di Craxi era di fare di tutto per avere un po’ di voti a destra e a manca e diventare una forza decisiva, cosa che lui non è mai riuscito a fare, quindi il Partito Socialista non è mai riuscito a realizzare il disegno che aveva.

Per parecchi anni si è fatto una politica ridotta, cioè praticamente dalla fine degli anni ’70 fino al 1992-1994 quando sappiamo che in Italia molte cose sono cambiate radicalmente, perché è cambiato il mondo ed il mondo ha incominciato a cambiare prima del 1989.

  DOPO GLI ANNI '70

Ecco, in questo senso, la fine degli anni ’70 sono importanti perché ci danno, non solo per la vicenda Aldo Moro e per le vicende che riguardano la politica italiana, ma perché in quegli anni succede di tutto: c’è la rivoluzione comunista in Iran, l’invasione sovietica dell’Afganistan, la guerra tra la Cina ed il Vietnam, effettivamente il panorama del mondo cambia profondamente e poi, non a caso, comincia una fase nuova, ultima anche della guerra fredda fino poi all’evento di Gorbaciov e via dicendo.

Il mondo sta cambiando ed i partiti italiani sono, da una parte molto radicati nei problemi della società italiana, la quale sta cambiando a sua volta, quindi in qualche modo mette in crisi i partiti, ma sono anche molto radicati in un mondo che è piuttosto statico nel conflitto est-ovest, ecc. e, cambiando anche questo, è chiaro che i partiti politici italiani entrano in crisi, ma secondo me il motivo di fondo è che i partiti politici non riescono più a fare politica, ecco perché si logorano, diventano macchine elettorali, diventano strutture che hanno bisogno di molti soldi, diventano realtà sempre più corrotte…

Tutto questo implica quella crisi che sappiamo ha spazzato via i grandi partiti di quella che viene chiamata la “Prima Repubblica” e fatto emergere una realtà nuova che è la realtà in cui ancora oggi siamo immersi. La realtà nuova in cui noi siamo immersi pur non avendo più a che fare con i vecchi partiti politici, si è dissolto il Partito Socialista, si è dissolta la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista ha subito profonde trasformazioni, sono comparsi nuovi soggetti politici come Forza Italia oppure un vecchio partito come quello di Movimento Sociale è cambiato profondamente ed è stato in qualche modo accolto nella dialettica politica, però la mia domanda è questa: è cambiato il problema che aveva determinato la crisi della fine degli anni ’70?

La politica così come era stata portata anche ad un livello di grande raffinatezza fino a diventare uno strumento utile per permettere ad una società anche conflittuale, contraddittoria come la società italiana di crescere tutto sommato senza squilibri od altro, questo tipo di politica è stato in qualche modo abbandonato.

 La vicenda di Aldo Moro è una vicenda importante, perché la storia italiana ha fatto una scelta importante in quegli anni e cioè la scelta del rifiuto della violenza e questa scelta per fortuna è rimasta in gran parte ancora condivisa dalla società italiana tanto che tutt’oggi il terrorismo è considerato un fenomeno marginale, parlo del terrorismo che in qualche modo si richiama a quello delle Brigate Rosse, fatta cioè da figure e da persone che restano piuttosto isolate, dall’altra parte però la politica non è riuscita più a riconquistare l’importanza che aveva prima.

FARE POLITICA OGGI

Oggi è più difficile fare politica, perché significa tener conto non solo delle vicende italiane e del mondo della guerra fredda. Oggi il mondo è complicato, oggi fare politica significa per esempio discutere in Parlamento, come in questi giorni, una mozione sulla missione militare italiana in Iraq che è un problema molto complicato, perché in primo luogo, l’Iraq è nelle mani di altri, non è certo l’Italia che decide il futuro dell’Iraq, lo decide gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, ma la politica italiana ormai nel mondo globalizzato deve tener conto di queste cose, di questo si discute in Parlamento per dire che non è tutta colpa della nostra classe politica se oggi le cose sono più difficili, quindi i risultati sono meno entusiasmanti.

È anche importante sottolineare la sfiducia che c’è oggi nella possibilità della politica per risolvere o quanto meno per affrontare i problemi, perché a volte i problemi non è necessario risolverli, però è importante affrontarli, qui il discorso sulla speranza mi sembra significativo, perché una società che spera non è che è una società che risolve i suoi problemi, ma è una società che convive questi problemi in modo positivo, in modo costruttivo.

Facevo l’esempio della missione italiana in Iraq perché sono rimasto molto colpito dal dibattito che c’è stato in Senato ed il dibattito non era molto entusiasmante: c’erano le posizioni della Maggioranza e del Governo che volevano confermare la missione italiana in Iraq ritenendo che sia importante che resti questa missione e invece l’Opposizione contraria a questo.

Il primo problema era che la missione è stata inserita in una proposta che riguardava tutte le missioni italiane nel mondo e in questo modo la Maggioranza ed il Governo si sono messi con le spalle al muro, perché è molto difficile votare contro le missioni italiane nel mondo che sono opinioni largamente condivise e solo perché non si è d’accordo con l’Iraq, cioè ci si trova in contraddizione, e questa è stata una mossa tattica furba del Governo per mettere in difficoltà l’opposizione e anche questo non è entusiasmante, ma è abbastanza comprensibile.

 L’Opposizione ha chiesto che si votasse sull’intervento dell’Onu in Iraq e questo è stato il momento più felice, perché il Governo ha accolto questa proposta ed è stato un momento di dialogo, perché il Governo ha accettato una proposta che veniva dall’Opposizione in cui tutto il Parlamento, tutto il Senato ha approvato un appello perché l’Onu abbia un ruolo maggiore in futuro in Iraq.

 Dopo di che è finito, perché questo era il punto di partenza di un discorso politico, cioè era il punto di partenza per superare le contrapposizioni e per cercare di costruire qualcosa. A questo punto è successo che il presidente di turno, il leghista Calderoli ha invitato gli onorevoli colleghi a parlare poco perché c’era la diretta televisiva così è finito il dibattito ed è iniziato il comizio: tutti quelli che sono intervenuti hanno cercato di dire tutto quello che faceva comodo alla propria parte sparando anche delle cose che non c’entravano niente, chi si è messo a parlare delle tasse, chi dell’euro, ecc…

In un dibattito così delicato come la missione di pace in Iraq fare dei comizi non è la cosa migliore. Il problema di fondo è che se il Senato o la Camera non sono luoghi dove si fa politica, ma dove si fanno comizi ed i comizi non sono politica, sono la fine della politica.

Sì i comizi si fanno perché bisogna raccogliere voti, ma poi ad un certo punto bisogna pure mettersi attorno ad un tavolo e affrontare i problemi, invece noi viviamo in una situazione in cui lo spazio della politica è estremamente ristretto e tutto è invece spazio elettorale.

Da questo punto di vista la televisione è qualcosa di pessimo, perché ci permette di sapere, di conoscere tante cose, ma è anche uno strumento per cui continuamente tutto viene ridotto alla contrapposizione delle posizioni: il Presidente del Consiglio interviene alla trasmissione sportiva, il Presidente della Rai gli risponde, è un gioco in fondo in cui però ognuno resta poi sostanzialmente sulle sue posizioni e casomai dopo ogni conflitto si va a vedere come vanno i sondaggi.

Tutto questo non è politica è anti-politica è la fine della politica. Credo importante fare l’elogio della politica, perché oggi la politica non va di moda e sarà sempre peggio, perché chiaramente questo sistema non è edificante, la classe politica non fa bella figura. Voglio dire che la politica è più importante dei politici.

Io ho trascurato del tutto un tema su cui forse invece sarebbe importante riflettere ed è il tema della partecipazione dei cittadini. Una democrazia sana è una democrazia in cui i cittadini partecipano e tanto più una società diventa ricca, complessa è sempre più importante che i cittadini nelle loro varie sedi, in varie occasioni partecipino alla causa pubblica, discutano, è molto giusto non delegare ai partiti politici il monopolio del dibattito.

Quello che è successo al Senato per cui la diretta televisiva ha in qualche modo bloccato la politica è emblematico, perché questo avviene anche nel rapporto fra i cittadini ed il mondo politico. La televisione in realtà oggi è qualcosa che allontana, che non avvicina, che  impedisce o perlomeno scoraggia una partecipazione, con questo non voglio demonizzare la televisione e tuttavia credo che noi dovremmo avere la forza di non farci condizionare dalla logica del “o di qua , o di la”, del “o con questo, o con quello”, liberandoci del paradosso, in fondo il mondo di Aldo Moro era un mondo in cui davvero era difficile dialogare, anzi per la verità era impossibile dialogare…  eppure si dialogava.

IL DIALOGO, IL COMIZIO E L'ARTE DELLA COMPLESSITA'

Oggi noi viviamo nella situazione italiana una realtà in cui non è difficile dialogare, perché non ci sono delle differenze abissali che rendano impossibile il dialogo. Non si dialoga perché non si vuole dialogare, perché quello che interessa è esasperare le differenze, perché c’è un obiettivo elettorale molto chiaro per cui ognuno deve sottolineare le differenze e la contrapposizione.

Se noi vedessimo i rappresentanti della Maggioranza e dell’Opposizione che collaborano, questo non avrebbe l’impatto mediatico ed elettorale che invece ha la violenza verbale così chiarificatrice, semplificatrice e quindi risponde facilmente a certe inclinazioni che abbiamo tutti come l’inclinazione alla semplificazione. La politica è l’arte della complessità. È il tentativo di tener conto della realtà complessa.

Posso fare un elogio di un vecchio uomo politico: Giulio Andreotti? Se mi permettete questa nostalgia per un vecchio democristiano vorrei dire che nel dibattito sulla pace al Senato ha preso un pezzo di qua ed un pezzo di là e ha detto che per la Maggioranza bisogna restare in Iraq con i soldati italiani ma non dice per fare che cosa,  allora Andreotti suggeriva una mozione in cui si ricorda che  l’Italia è per la pace dopo di che si votava a favore della missione militare italiana, perché a quel punto si era chiarito che lo scopo è quello della pace.

 Naturalmente è successo che la Maggioranza non ha accettato perché questo significava evidentemente impegnarsi in modo molto chiaro per la pace e solo per la pace e dire una volta per tutte che gli Italiani sono lì solo per far la pace e non per fare non si sa bene che cosa. Il Centro-Sinistra non aveva nessuno interesse ad accettare di votare, perché voleva nella semplificazione far capire che era contro la posizione del Governo e hanno detto ad Andreotti che accettavano il suo intervento come raccomandazione, praticamente non l’avrebbero neanche votata.

Io non voglio fare l’elogio di Andreotti, io voglio fare l’elogio della politica, voglio dire che in questo caso forse qualche elemento giusto c’era da una parte e  c’era dall’altra e si poteva provare a metterlo insieme, si poteva provare a fare una sintesi e si poteva provare a portare l’Italia ad avere una posizione di collegamento con gli Americani, con gli Inglesi, con delle parti nello schieramento internazionale per dare un contributo per un’azione maggiormente chiara a favore della pace e a favore dell’Onu.

Questo si è rinunciato a farlo perché il problema era quello di fare il comizio, dire chi ha ragione, ma il problema è che non si discute sulle ragioni, non si discute sui meriti, ecco io credo che siamo davanti ad una paralisi della politica ed è questo probabilmente quello che è cambiato in questi 20 anni.  

CONCLUSIONI

Mi scuso perché ho fatto un discorso molto sintetico e forse anche cercando delle semplificazioni che possono anche essere messe in discussione, però quello che mi premeva appunto sottolineare è proprio questa crisi della politica e anche però la possibilità, secondo me, di cercare, nella situazione di oggi, a riconsiderare il fatto che si possono affrontare i problemi e che la politica ha questo significato, qui il legame con il discorso sulla speranza.

Io penso che si sia creduto troppo che ci fossero degli automatismi per risolvere i problemi, abbiamo creduto che il mercato risolvesse tutti i problemi, abbiamo creduto che non ci fosse più bisogno di mediazione, che non ci fosse più bisogno dei partiti, ma non lo so se è così giusto, perché poi i partiti avevano grandi difetti, però erano un modo di partecipare, alla fine non sono stati più neppure questo, forse bisognerebbe inventare partiti nuovi, però questi automatismi da soli non funzionano, bisogna creare delle condizioni nuove e praticare la politica come tentativo di stare insieme e di affrontare insieme le divergenze e soprattutto i problemi.

Lo dico perché se guardiamo ai paesi che sono in guerra vediamo che la politica è la soluzione alla guerra, ho presente un caso particolare in Monzambico dove ci sono stati 15 anni di guerra civile, fortunatamente attraverso il dialogo fra le due parti, difficilissimo, ha portato però alla pace, dopo di che il conflitto tra i due eserciti è diventato il conflitto fra i due partiti, voi capite la differenza abissale, perché un conto è spararsi e un conto è trovarsi in Parlamento a discutere, magari anche aspramente, però riconoscendosi nelle stesse istituzioni, negli stessi valori, negli interessi dello stesso popolo…

La politica di Aldo Moro era ispirata all’idea, a volte anche ingenua, che fosse possibile avere un disegno, un progetto sulla realtà e qui aveva un vantaggio che noi non abbiamo, cioè la sua politica era una politica in cui i valori avevano un peso. Oggi noi non crediamo più che i valori possono avere un peso, noi crediamo che la politica sia, al massimo, mediazione fra interessi e basta e invece bisogna mettere anche questo di più che sono i valori.

Alla fine dell’anno, quando il Presidente Azeglio Ciampi fa un messaggio agli Italiani e dice che l’economia va male perché non c’è fiducia fa un discorso stranissimo, fatto da un economista qual’è, però molto vero: c’è quel di più che non è inerente alle leggi dell’economia, cioè la fiducia che è il motore fondamentale per mettere in movimento anche l’economia.

A mio avviso alla politica fa profondamente bene il recupero di variabili indipendenti, quali sono i valori, qual è la fiducia, la speranza, vale a dire valori o realtà non materialmente percepibili e che tuttavia sono quel di più che di fatto fa la qualità della vita sociale e fa la qualità di un organismo collettivo qual è la società nazionale o anche quella mondiale.

INTERVENTI

1° intervento - “Ho in mente le figure che hanno fatto parte della Costituente e poi successivamente hanno fatto parte del Parlamento Italiano subito nel dopo guerra fino ad arrivare agli anni ’70, figure carismatiche di alti valori, ma soprattutto di formazione sociale che poi hanno generato quelle leggi, la stessa Costituzione e hanno generato un humus dove davvero, nonostante le contrapposizioni di questi due mondi, ugualmente c’era partecipazione e c’era ricerca della speranza e della verità. Lo dico un po’ con rimpianto perché purtroppo indubbiamente la classe politica è cambiata, giustamente non è che le persone sono eterne e la cosa che rimpiango in maniera maggiore è proprio questo curriculum sociale molto forte che avevano queste persone e che purtroppo adesso è stato sostituito da altre cose, carriere professionali piuttosto che altri interessi e lo si vede anche nella formazione delle leggi, nella gestione dello Stato. Questo non aiuta i singoli cittadini ad avvicinarsi alla ricerca del bene comune mentre la cosa più immediata è quella della ricerca del bene proprio che fa un po’ cadere il ruolo che la politica ha. La seconda osservazione è in merito alla riforma del sistema elettorale da maggioritario al bipolarismo, senz’altro un po’ una conseguenza anche dei sistemi politici europei. Questo ha in un certo senso aiutato o senz’altro ha cambiato, se non altro per le regole, il rapporto tra rappresentati e rappresentanti, alla luce di questo, come il sistema politico riesce a trovare quegli elementi di aggancio con quelli che poi sono i loro cittadini, i loro elettori?”.

2° intervento - “Questa sera siamo partiti dal ricordare due mondi diversi rappresentati nell’ambito politico dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista, due mondi diversi perché stando a quegli anni si parlava di modelli di società contrapposti, due mondi che oggi sono stati superati, ecco di fronte alla confusione del presente non sembra professore che in realtà siamo in una situazione di società italiana sicuramente migliore rispetto a quella di quei due mondi contrapposti? Mi spiego, siamo in presenza o no di una società che nel valore di fondo è ancorata alla democrazia? Noi abbiamo visto proprio recentemente che due raggruppamenti politici nel momento elettorale, abbiamo visto un Centro-destra che governa, attraverso le elezioni, di poco perdono le elezioni, vincere il Centro-sinistra, governare il Centro-sinistra, andare a successive elezioni, perdere le elezioni, governo del Centro-destra e ci stiamo preparando perché si possa cambiare il governo attuale. Mi sembra che siamo in presenza di una democrazia in cui in qualche modo si realizza la possibilità di un’alternanza tra forze politiche. Mi sembra che dal punto di vista del valore della democrazia siamo in una situazione decisamente migliore del passato aldilà di tutte le considerazioni che lei faceva. Sono d’accordo con lei quando si dice che oggi deve essere rilanciato il primato della politica e che la politica deve essere svolta dai politici, non nego che un sindacalista possa impegnarsi in politica, non nego neppure che gli imprenditori possano impegnarsi in politica, ma quello che intendo sostenere è che la politica deve essere il primato e che questi soggetti che provengono da esperienze diverse attraverso la loro esperienza dell’impegno politico cessano sempre di più essere meno sindacalisti, meno imprenditori, meno tecnici, ma sempre più politici. L’ultima considerazione è il contributo che i cattolici hanno dato proprio alla costruzione della nostra Costituzione, cioè quel modello di società dove prevede che tra l’individuo e lo Stato ci sia la valorizzazione di tutte quelle libere organizzazioni, le A.C.L.I., i sindacati sono libere espressioni della comunità, si tratta in questo momento nel recuperare determinati valori di democrazia, proprio quello di dare sempre più valore a queste organizzazioni.”

3° intervento - “Io che in quegli anni non ero democristiano, il fatto stesso che un politico, prima di tutto è una persona che è stata rapita, al di fuori dello schieramento politico che in quel momento rappresentava, non mi portava a sentir di non fare sciopero, anzi mi portava a dire una persona va comunque aiutata nel massimo che io posso. Quindi io penso che i valori che c’erano a quei tempi erano molto alti pur magari avendo delle ideologie sbagliate o comunque che ci portavano magari a delle espressioni errate, ma non c’era diversità di fondo tra i valori principali, quelli che un popolo ha, mentre venendo al mondo d’oggi in questo momento io vedo che li abbiamo persi, specialmente la solidarietà, il sentirsi nazione anche rispetto agli emigranti, cioè noi che siamo stati un popolo di emigranti facciamo fatica ad accettare…, ma perché abbiamo perso certi valori.”

RISPOSTE

Per cominciare dalle prime osservazioni credo anche io che gli uomini che hanno fatto la Costituzione in Italia fossero di una grande levatura, perché i motivi erano che si trattava di gente che aveva un percorso alle spalle, un’estrazione sociale, un’esperienza sociale che è molto importante, poi era gente che aveva sofferto durante il Fascismo, poi c’era stata la guerra per cui bisognava capire che le cose che si facevano servivano anche andare incontro a chi soffriva di più.

Detto il massimo elogio che si può fare di quella generazione di politici, credo che noi dobbiamo porci il problema di cosa possiamo fare per migliorare oggi la classe politica, perché io non ho un giudizio tanto positivo sull’attuale classe politica, penso come tutti noi, però provandomi a mettere un po’ nei loro panni capisco che non è facile fare bene politica per la televisione, le schiavitù e le regole.

Quello che effettivamente è importante è quello che possiamo fare noi, o noi chiediamo ai politici di essere migliori, oppure chi o che cosa glielo fa fare, non so come dire, cioè chi di noi ha voglia di partecipare, o ha delle motivazioni profonde, personali e allora li porta nell’azione politica, oppure è chiaro che ha cose migliori da fare che andare a fare politica.

Il discorso sulla partecipazione che è stato fatto che secondo me è giustissimo è anche il modo in cui noi possiamo pretendere di cambiare la classe politica, bisogna dare più attenzione alla classe politica,costringerla, condizionarla, non accettare che ciascuno faccia la strada più breve, la via più facile.

Una cosa che mi è venuta in mente ascoltando molti interventi è che oggi mancano i cattolici in politica e questo è anche la risposta un po’ al problema del sistema maggioritario o all’alternanza delle forze politiche al governo. Non c’è nostalgia possibile per il mondo della guerra fredda, per l’ossessione delle ideologie e quello che significavano, non abbiamo nessun motivo per aver nostalgia per una democrazia bloccata.

Certo nella democrazia italiana mancano i cattolici, nel senso che il maggioritario li penalizza, forse i cattolici non sono più quelli di una volta, però è chiaro che nel sistema oggi non c’è modo di fare emergere una presenza che ha determinate caratteristiche, ha quella di valorizzare le formazioni intermedie, cioè realtà in cui non c’è il vuoto sociale, ma c’è  a ogni livello il principio di sussidiarietà e quindi i cattolici sono una componente importante, quella che ricorda l’esistenza di formazioni intermedie senza di cui il vuoto sociale è pericoloso e poi perché portano la prassi, l’esperienza ed il gusto della partecipazione e perché portano quel di più che dicevamo, quei valori che aiutano la politica ad essere migliore. I cattolici sono bene o male delle persone che portano nella politica l’idea che ci deve essere qualche cosa che non è puramente gli affari o gli interessi.

Io ho creduto nel 1993 penso come tutti al rinnovamento, abbiamo sperato che cambiasse tutto, io ho votato al referendum per il maggioritario, certo non è che dico che era meglio prima, però a me sembra che il sistema oggi abbia dei difetti poi quali sono non saprei neanche dirlo, però non mi sembra che abbiamo trovato la soluzione definitiva.

Qualcuno faceva riferimento al senso della nazione, anche questo è strano, possibile che quando l’Italia era divisa fra quelli che erano legati all’Unione Sovietica e quegli altri legati all’America,  in fondo alla fine il senso nazionale nei momenti decisivi scattava, per cui c’era il senso della solidarietà sociale, oggi a me sembra che siamo arrivati a dei livelli di violenza nei confronti dei più deboli che fanno riflettere, allora l’elogio della politica non per il gusto di tornare al passato, ma perché in quella politica ai tempi di Aldo Moro c’era un certo livello, c’era una certa cultura,  c’era una tensione etica, era tutta gente che non si è arricchita, anche questo dato di fatto fa pensare, quindi le ideologie non le rimpiangiamo, la guerra fredda non la rimpiangiamo, la contrapposizione tra i blocchi non la rimpiangiamo, però quei valori che c’erano al di la delle ideologie, o dentro le ideologie, o malgrado le ideologie qualche importanza l’avevano.

Oggi abbiamo la possibilità dell’alternativa, però non so se è solo il problema di scegliere una volta ogni 5 anni o quand’è gli uni o gli altri è anche il problema di costringere chiunque vinca a fare delle cose buone, a seguire delle regole, a non cercare il proprio interesse, ma quello generale, questa è la questione. La classe politica oggi è di un livello più basso, però probabilmente anche un po’ le condizioni della realtà che permettono questo che può cambiare solo se siamo noi, gente comune che costringe la politica a cambiare, poi si troveranno anche i sistemi tecnici, perché poi nel nostro maggioritario c’è qualcosa di incompleto, quanto meno, del resto noi siamo arrivati ad un maggioritario grazie ad una modifica della legge elettorale incompleta e non è un gran modo di arrivare ad un nuovo sistema politico, perché se si doveva cambiare il sistema politico, si doveva cambiare altre cose, infatti si continua a discutere, si dice facciamo il premier più forte, tutti avvertono il problema che comunque non siamo arrivati ad una soluzione definitiva e le prospettive che si intravedono mi lasciano molto preoccupato, perché il tipo di riforma regionale che si vuole introdurre mi sembra che accentuerebbe terribilmente le lacerazioni alla solidarietà tra le regioni ricche e quelle povere, anche la divisione e la frammentarietà della sanità e della scuola sono prospettive molto preoccupanti.

È giusto essere ottimisti nel senso di trasformare questo ottimismo in un impegno più attivo avendo fiducia del fatto che cambia le cose, che serve davvero e che bisogna farlo, perché altrimenti è anche pericoloso quello che può succedere se non lo facciamo.