Cinisello Balsamo, 26 Marzo 2003
<<Gli organizzatori di questo incontro sanno come io abbia avuto un po’ di difficoltà a cercare di calibrare, in base alle richieste che mi sono state fatte, la figura, il ruolo e la testimonianza di Giorgio La Pira con il tema generale che è stato proposto come argomento di sfondo, cioè quello dell’eclissi della politica. Mi veniva difficile pensare che proprio un uomo come La Pira potesse dire nient’altro che la centralità invece della politica intesa come costruzione della città dell’uomo. Quindi ho cercato di prenderlo sotto vari aspetti fino a quando non mi sono ricordato di una delle testimonianze che La Pira ha dato alle persone che lo hanno incontrato nel suo tempo e cioè l’invito, come anche altri profeti di quel tempo, a non distinguere mai una riflessione e una preghiera che partisse dalla Parola di Dio con lo sguardo attento di quelle che erano le vicende della vita: IL VANGELO E IL GIORNALE, amava dire La Pira.
Ecco allora forse lì ho trovato la chiave di quello che potrebbe essere un punto di contatto tra la testimonianza di La Pira e la sua storia, che dopo cercheremo di analizzare nei dettagli ed il tema dell’eclissi della politica. Io credo che sia esperienza di ciascuno di noi oggi che siamo qui questa sera comprendere come l’eclissi della politica sia ciò che oggi vediamo sui nostri schermi, ciò che oggi noi leggiamo sui nostri giornali. Se eclissi della politica significa che la politica sembra non avere più significato, io credo che l’unico momento in cui la politica può non avere più significato è quando cessa di essere politica e comincia ad essere guerra. A me pare proprio che la testimonianza di La Pira ci dica questa cosa: ciò che è possibile umanamente fare per contrastare la forza del male che insita in qualsiasi forma di conflitto riesce a fare in modo che l’eclissi della politica sia la più breve possibile, perché se diamo un senso reale al significato di questa espressione dobbiamo ricordarci che l’eclisse non è mai totale, non è mai definitiva, non è mai senza un momento in cui torna la possibilità di guardare la luce. Allora credo che questo piccolo uomo che è stato La Pira, ma grande testimone di ideali e di idealità ci dica questa cosa questa sera, voglia invitare ciascuno di noi a comprendere come l’eclisse della politica che è la guerra si può contrastare attraverso una testimonianza fino in fondo dell’ideale cristiano di pace, di incontro tra le persone, di superamento dei conflitti, non semplicemente attraverso delle mozioni sentimentali, ma attraverso una vita spesa, una vita intera spesa per questo scopo e per questo cammino. Cerchiamo di capire allora più da vicino chi è stato questo uomo che in poco più di settant’anni della sua esistenza ( è nato nel 1904 ed è morto nel 1977) ha davvero rappresentato una figura assolutamente unica nel panorama pur ricco di testimonianze laicali e sottolineo laicali che la cristianità e la cattolicità del tempo ha dato e offerto alla Chiesa e agli uomini di quella generazione. Il mondo in cui nasce La Pira è certamente molto diverso da quello che poi si svilupperà nei decenni successivi, però è bene tornare almeno per un attimo alle origini della sua vicenda personale, perché non sono secondarie per comprendere anche quello che avverrà dopo, nel periodo successivo. La sua nascita in un contesto ben diverso da quello che sarà poi la sua Firenze. La Pira nasce a Pozzallo in provincia di Siracusa in un contesto decisamente differente dal mondo che poi incontrerà. Questo stremo lembo di terra italiana, questa cittadina di provincia consente a La Pira di crescere in una realtà nella quale comunque può trovare, sin dall’inizio, degli elementi importanti con cui orientarsi, certamente la sua famiglia, i suoi genitori vivono una vita dignitosa. Il padre era un ex carabiniere al servizio di nobili, la madre era casalinga, a La Pira viene data un’opportunità che non era poi così scontata, nel tempo in cui viveva, di frequentare la scuola, la scuola elementare, ma soprattutto elemento non secondario della sua biografia iniziale, all’età di circa 10 anni La Pira si trasferisce a Messina presso lo zio. Messina era stata segnata negli anni immediatamente precedenti il trasferimento di La Pira da un terribile terremoto e La Pira vide con i suoi occhi che cosa doveva significare una esistenza in cui era stato tolto tutto e in cui bisognava ricostruire, tant’è che per certi versi la realtà di Messina è anche più difficile di quella che aveva lasciato nella sua cittadina di origine, ma forse anche il contesto, lo sfondo a partire dal quale troviamo uno degli elementi determinanti dell’esistenza di quest’uomo, cioè il grande desiderio di guardarsi intorno, il grande desiderio di acquisire strumenti per capire la realtà. E’ proprio l’età adolescenziale quella che segna già un elemento significativo dell’esistenza di La Pira, perché proprio in un contesto difficile, lui stesso viveva una realtà non facile, perché doveva alternare il lavoro nel piccolo negozio dello zio a conseguire con degli studi regolari una qualche forma di diploma, infatti La Pira riesce con grande volontà a diplomarsi in ragioneria, ma soprattutto certo non scontata per il tempo di cui parliamo( siamo agli inizi degli anni ’20) a diplomarsi contemporaneamente nell’anno successivo con la Maturità Classica. Vediamo quindi questo ragazzo, questo adolescente, questo giovane che nel contesto in cui è inizia a percepire la necessità di dotarsi di strumenti di conoscenza importanti, tanto poi proprio in relazione all’obbiettivo grande che aveva in mente ed era quello di iscriversi all’università, iscriversi a Giurisprudenza. E’ interessante che in questo contesto, nel contesto messinese, La Pira incontri anche personaggi, figure significative del contesto culturale che si muoveva in questi luoghi, citiamo fra tutti sicuramente la figura di Quasimodo, ma non è l’unico, ve ne sono anche altri interessanti anche se non così conosciuti. Gli anni universitari sono anni in cui La Pira dimostra con chiarezza doti particolari di studio, si diceva anche prima una laurea molto veloce in modo brillante che lo porta anche ad essere segnalato ai suoi insegnanti e il contesto degli anni ’20: periodo di studio, periodo di frequentazioni culturali, ma anche periodo, sembra di capire anche se non è facile delineare questi aspetti, anche di scoperta o di riscoperta di una fede un po’ più matura, si identifica il 1924 come un po’ l’anno della svolta, potremmo dire della piena presa di coscienza, dell’importanza del cammino di fede. Sono interessanti le letture nelle quali si getta La Pira in questo periodo, le frequentazioni significative, i monasteri, la struttura della FUCI. Proprio grazie anche agli stimoli di un suo insegnante La Pira si trasferirà a Firenze dove si laurerà, perché completerà sostanzialmente l’iter universitario, quindi riesce a discutere la sua tesi di laurea nel 1926 e a divenire Dottore di Giurisprudenza. La Pira avrebbe avuto a questo punto tutte le porte aperte di una brillantissima carriera universitaria ed in effetti a partire dal 1927 lavora in Università a Firenze come docente di Diritto Romano, però è sorprendente che accanto a questa genialità in termini di riflessione culturale, accademica e culturale, va rimarcato come lo spostamento di La Pira a Firenze significa anche una presa di coscienza più grande potremmo dire del mondo che lo circondava. In questa città sin dal primissimo momento in cui è arrivato La Pira non solo si occupò di riflettere sui testi, sui temi propri della sua disciplina, ma aprì il suo cuore, aprì il suo sguardo, scoprì che intorno a sé c’era una realtà che aveva bisogno di testimonianza, una testimonianza prima di tutto personale. E’ un tratto significativo e non sempre messo in luce dalle biografie: di fatto la scelta di povertà volontaria a cui La Pira sottostò, perché comunque non cercò gli onori del mondo, ma visse una vita davvero praticamente in monastero, in un convento, in una piccola stanzetta e lì rimase anche quando fu chiamato a responsabilità ben più grandi, ma certamente seppe rendere concreta la percezione di una fede che andava testimoniata là dove si era attraverso il lavoro, nelle conferenze di San Vincenzo, attraverso la responsabilità dell’Azione Cattolica Diocesana, attraverso l’avvicinamento di circoli culturali cattolici di grande impegno, attraverso soprattutto il servizio ai poveri e potremmo dire che il trasferimento di La Pira a Firenze significa, per la sua esistenza, soprattutto il prendersi carico dell’esistenza delle persone che in quella città non avevano niente. E’ significativo l’avvio di una iniziativa importante come quella della Messa della domenica per i poveri, un luogo dove certo ci si incontrava attorno alla Messa del Signore, ma era un luogo dove si faceva carità davvero, si dava un luogo, un pasto, un nome alle persone che non avevano nome. Ecco ciò nonostante, insieme a questo, dovremmo dire per non distinguere gli opposti, ma tenerli insieme, prosegue la sua carriera universitaria sino al 1939 quando inizia la sua attività in università come docente ordinario di Diritto Romano, però il 1939 è un anno fondamentale, è un anno di svolta non solo per lui, ma per la realtà italiana in cui egli stesso era immerso, perché comunque è l’anno in cui La Pira decide in modo chiaro di esplicitare il suo no al fascismo, la sua forte resistenza ideale, prima ancora che attiva, al modello autoritario, totalitario che ormai si era radicato nel nostro paese e in Europa. Non dimentichiamoci che il 1939 è un anno in cui sembrava chiaro che l’Europa dovesse sottostare in qualche maniera a Hitler, le democrazie occidentali sembravano impotenti ai desideri di Hitler, seguito da Mussolini, di avviare processi di integrazione e di recupero forzato di territori e di popoli. In questo anno così delicato La Pira inventa, potremmo dire così, uno strumento assolutamente sproporzionato, se ci pensiamo, a quelli che erano le necessità del tempo, ma proprio per questo profetico e significativo, inventa un piccolo strumento di cui si sono visti i fascicoli, cioè questa rivista chiamata “Principi” che, in realtà in origine, non era nient’altro che un supplemento a un bollettino di ordine religioso, quindi ripeto, da un punto di vista effettivo si trattava di niente, ma questo strumento fu il luogo, attraverso lui e un circolo significativo di intellettuali cattolici della città di Firenze, dove trovò lo spazio per poter comunicare in modo assolutamente limpido il suo no a quello che stava vedendo, a quello che stava capitando. Questo giornale, questa rivista che ebbe vita breve come potete immaginare (solo undici numeri), riportava attraverso riflessioni che partivano spesso da testi di tipo teologico, di tipo giuridico espressioni di forte negatività rispetto agli ideali che venivano propugnati dal regime fascista, ma non solo, alle azioni, ai gesti, alle parole dei modelli totalitari che sembravano prevalere nell’Europa del tempo. Scriveva ad esempio La Pira in uno di questi articoli: “Quando un gruppo di violenti riesce ad impadronirsi del governo questa mistica dello stato, o della razza, o del proletariato viene a costituire il comodo paravento dietro il quale si compiono le più impensate ingiustizie, si dice volontà dello Stato, volontà del popolo, volontà del proletariato e in nome di questa volontà irrazionale vengono perpetrati i più riprovevoli delitti contro la dignità e la grandezza dell’uomo.” Altri testi altrettanto significativi mettono in evidenza la necessità per qualsiasi persona di vivere in un contesto di libertà e di rispetto senza alcuna discriminazione. E’ chiaro che questo piccolo volumetto in brevissimo tempo viene fatto chiudere e La Pira viene richiamato, richiamato fortemente dalle autorità fasciste di Firenze, perché cessi qualsiasi tipo di propaganda in questa forma. Viene di fatto minacciato e con lui il piccolo gruppo che portava avanti questo tipo di strumento. Certamente lo scoppio poi della Seconda Guerra Mondiale, il coinvolgimento bellico militare anche dell’Italia porta a coinvolgimenti di tutte le persone, quindi anche di La Pira che è costretto a fuggire da Firenze, a cercare luoghi, situazioni, persone dove comunque poter rimanere ciò nonostante non è irrilevante che mantenga rapporti con alcune delle figure più significative del Cattolicesimo di quel tempo: Padre Gemelli, Montini, Dossetti, altri che si incroci la sua riflessione con l’importantissima riflessione posta dagli intellettuali cattolici del 1943 a Camaldoli, cioè che rimangano legati gli esiti e i fini di una resistenza civile che chiedeva alle persone che la incarnavano rischi per la propria esistenza, rischi per la propria vita e non è irrilevante che nel 1944 quando Firenze viene liberata La Pira ritorni in città e a lui, proprio a lui, venga assegnata la responsabilità della struttura assistenziale caritativa che doveva occuparsi delle persone che avevano perso tutto durante la guerra. Entriamo con la metà degli anni ’40 in una fase particolarmente significativa per la testimonianza anche pubblica di La Pira, perché nel 1946 viene eletto all’ Assemblea Costituente e soprattutto fa parte del così detto Gruppo dei Settantacinque, Commissione dei Settantacinque, cioè di fatto il luogo nel quale vengono definiti i principi, le norme, gli elementi fondamentali del nuovo stato democratico. La Pira è quello che viene definito uno dei padri della Costituzione Italiana ed il suo apporto alla stesura della Carta Costituzionale è decisamente rilevante, ma è rilevante non solo in quello che fa, ma anche nel modello che propone con la sua testimonianza, perché davvero La Pira fu un intellettuale cattolico, insieme ad altri, che meglio seppe testimoniare la necessità di scrivere le regole del nostro Stato pur appartenendo a culture e a storie differenti, ma cercando un compromesso al livello più alto possibile. Se vogliamo,la vicenda diciamo più significativa e paradossale, è quella relativa al così detto “proemio” alla Costituzione che La Pira, inizialmente sembrò sostenere, nel quale, tra l’altro sono temi non tanto lontani da quello su cui si è discusso fino a qualche mese fa per quanto riguarda la Costituzione Europea, La Pira immaginava che la Costituzione Italiana si potesse aprire dicendo: “nel Nome di Dio e del Popolo Italiano”. E’ interessante diciamo questa forza testimoniale di La Pira ed è altrettanto interessante la riflessione che lui ed il suo gruppo fecero nella decisione di togliere questo nodo alla discussione sulla Costituzione, non certo perché La Pira fosse tiepido nei confronti della testimonianza della fede, ma perché percepiva la necessità non tanto di dire in forma esplicita questo riferimento ad una norma superiore, quanto quello di incarnarlo all’interno di scelte concrete che poi erano i principi fondamentali della nostra Carta e soprattutto percepì il rischio, come si disse allora, di fare un referendum sul Nome di Dio, cioè di mettere ai voti la scelta di Dio piuttosto che no e percepì il rischio, la strumentalità dietro questa cosa. Comprese che forse era molto più significativo difendere i singoli passaggi, quelli sulla centralità della persona, la nostra Costituzione ha i principi fondamentali davvero di un quadro di amplissimo respiro, capace proprio di incrociare e di portare ad un livello di grande pulizia quello che era il desiderio, il desiderio più grande delle diverse famiglie culturali che si incontravano nella stesura della Carta Costituente. L’impegno diretto di La Pira non termina con la fine, con la stesura della Costituzione, perché viene eletto Deputato della Democrazia Cristiana nel nuovo Parlamento ed attorno a lui ruota ed insieme a lui si costituisce un gruppo forte di personalità: Dossetti, Pazzati ed altri che insieme a Fanfani, più direttamente esposto in quanto Ministro, cercano di ridisegnare la concreta politica italiana, non solo i grandi ideali, grazie ad un desiderio di mettere in pratica una forte attenzione alle istanze sociali che nascevano nel territorio, che nascevano nella nostra realtà da una realtà per altro difficile di una nazione uscita perdente dalla guerra, uscita distrutta, o quasi, dall’evento bellico. Dal punto di vista ideale questo gruppo di personalità su una rivista chiamata “Cronache Sociali” e la cito anche perché proprio Cronache Sociali è il luogo dove viene pubblicato un articolo molto importante intitolato “L’attesa della povera gente” che cercava di innervare, potremmo dire così, istanze sociali avanzate, quella che era la pratica politica di quel tempo creando non poche difficoltà agli equilibri della politica del tempo in particolar modo della Democrazia Cristiana, però certamente un’ istanza non secondaria, ma certamente è il luogo in cui noi notiamo la testimonianza di La Pira, potremmo dire più piena, non è esplicitamente, non è in modo definitivo l’impegno delle istituzioni nella politica , ma nella realtà di ricostruzione di una città quale quella di Firenze. Nel 1951, infatti viene eletto il Consiglio Comunale e diventa per la prima volta sindaco di questa città. Firenze diviene il banco di prova della concretezza degli ideali di La Pira spesso e a torto considerato, né più né meno, un sognatore o un uomo con fantasie che difficilmente potrebbero essere messe in pratica. Se noi andiamo a studiare meglio i dettagli l’attività del primo periodo di lavoro di La Pira come sindaco a Firenze possiamo dire che a fronte di giganteschi problemi di ricostruzione La Pira seppe dare forza a quelle che erano le necessità più importanti di questa città disegnando davvero una realtà che puniva i poveri, le persone che erano in difficoltà, chi nono aveva un lavoro, chi doveva ricostruirsi una vita al centro dell’attività politica di amministratore locale. Ricordiamoci bene, perché rischiamo a volte di leggere la storia passata con gli occhi del presente, che i sindaci di allora non avevano il potere mass mediatico, ma neppure reale, neppure attuale, paragonabile con quelli di oggi, erano comunque l’espressione di una coalizione, venivano eletti in Consiglio Comunale, non direttamente dai cittadini, il loro potere effettivo era sicuramente minore di quello che potrebbe avere oggi una persona che sia allo stesso posto. Mi domando oggi, io sono cittadino di Milano, di fronte ad una figura come La Pira, se non ci siano sindaci che dovrebbero vergognarsi del modello di amministratore di condominio che viene proposto normalmente come gestione dell’attività politica, perché davvero è incredibile come ad una maggiorazione di potere effettivo, perché oggi il sindaco può fare moltissimo in una città, ci sia in realtà un arretrare di figura, di ideali, di capacità e di volontà di mettere in pratica un disegno politico, non dico il miglior disegno politico, ma un disegno politico. Chiudiamo la parentesi e torniamo alla stagione dell’attività di La Pira che è veramente sorprendente. Firenze rinasce in relazione all’impegno di La Pira ed è un impegno significativo, forte, forte anche nei segni, qualcuno presente in sala stasera ricorderà l’episodio nel 1953 della Pignone che divenne un caso nazionale: un’azienda, importante per la città, che si trova nella necessità di licenziare un consistente numero di operai e l’impegno profuso da La Pira nel difendere il posto di lavoro, la realtà stessa della dignità di un lavoro, certamente creando grossa frattura all’interno stesso del Partito della Democrazia Cristiana divenendo un bersaglio incredibile per gli oppositori che lo accusarono di tutto, prima tra tutti quello di essere colluso con la parte comunista che aveva per altro sostituito nella gestione del Comune di Firenze. La Pira stava per firmare di fatto un proclama in cui veniva indicato questo come un momento di particolare drammaticità per l’intera città (un atto straordinario di gestione del comune) e non lo fece solo perché la sua testimonianza provocò poi nelle persone che dovevano occuparsi della ristrutturazione di questa fabbrica un’azione positiva che consentì alla Pignone di diventare nuova Pignone, grazie anche alla figura di Enrico Mattei che varrebbe la pena di ricordare tra le figure di quel tempo che sono state dimenticate, drammaticamente ha perso la vita non si sa ancora oggi perché o forse lo si sa e non lo si vuole dire, ma certamente la difesa degli operai significò molto per le persone che non solo a Firenze videro questo fragile uomo porsi alla guida di una situazione nel tentativo di risolverla per il bene delle persone che in quel momento avevano bisogno. Se questo è l’episodio più famoso nella narrazione della vicenda storica di La Pira non è l’unico intervento a salvaguardia del posto del lavoro. Al di là dei momenti, degli eventi, delle situazioni è altrettanto significativo notare come La Pira, che pure abbiamo visto immerso totalmente nei problemi e delle necessità di questa città, elabori anche un disegno più grande, cioè a dire un quadro di valori entro cui nella concretezza voleva operare ed invitare gli altri ad operare, cioè l’idea straordinariamente di attualità che l’azione locale necessiti in qualche maniera di un respiro più generale, oggi si direbbe di un respiro globale, che quindi non basti una riflessione ed un’azione nel luogo in cui sei, ma sia necessario anche ritrovare un quadro ed agire, muovere forze. L’intuizione più significativa è quella secondo cui, per La Pira, la città, quindi la politica, sia il domicilio organico della persona umana, cioè la città non è l’insieme di strutture, di luoghi, di servizi come di fatto oggi tendiamo anche a vederla, ma sia il domicilio della persona. Se il punto di partenza è questo, l’istanza di rinnovamento e di azione politica diventa radicalmente diversa, perché appunto tu non amministri un condominio, tu cammini con le persone che hanno il domicilio in quel luogo, vivi con loro, vi è cioè la percezione che la città, cioè il luogo della vita di tutti i giorni, rappresenti un patrimonio da difendere, che si deve ricostruire e su cui si deve dare attenzione. Questa intuizione consente a La Pira di avviare una serie di iniziative davvero interessanti e che io sappia uniche nel panorama perlomeno italiano, che in questo periodo è abbastanza provinciale, ma direi anche su scala europea, cioè che la città di Firenze, in particolare, abbia dei titoli per potersi aprire al mondo e possa interloquire con altre città nel senso di andare alla ricerca di uomini che, per il solo fatto che vivono nella città, hanno una dignità che deve essere difesa e hanno la dignità con cui io posso entrare in interrelazione. Da qui a partire dal 1952 l’avvio di Convegni Internazionali dall’idea che Firenze potesse, per la sua storia, offrirsi quale luogo d’incontro. Il primo convegno s’intitola: “Convegno Internazionale per la Pace e la Civiltà Cristiana” vi partecipano rappresentanti di 33 paesi; nel 1953 il tema è quello della “Poesia e della Preghiera”, nel 1954 della “Cultura e della Rivelazione”…Convegni Internazionali dove si vede un convergere di persone diverse che mai si erano incontrate e che ricordiamolo tutte, direttamente ed indirettamente, portavano su di loro le stigmate di una guerra, di uno scontro appena compiutosi e trovano un luogo e trovano qualcuno che l’invita, perché in quella città vi è il domicilio per tutti, questo è il significato dell’azione di La Pira. Ripeto, in contemporanea con un’attività di tipo amministrativo, perché La Pira rimase sindaco anche se in tre passaggi differenti, il secondo dei quali molto travagliato, perché il comune finì anche in una fase di commissariamento, comunque c’è una discreta continuità nell’azione amministrativa di La Pira, ma una continuità che appunto gioca poi anche sulla molteplicità delle attenzioni, cioè sull’apertura e io direi importantissimo, in giornate come queste, la percezione che fu chiara, probabilmente soprattutto a partire dal Convegno dei Sindaci delle Città Capitali del 1955, che le persone che si occupavano della vita concreta degli altri e che anche amministravano la realtà civile, quel domicilio organico che è la città, dovessero per il solo fatto di fare questo lavoro, di avere questo servizio, insieme difendere la dignità umana da qualsiasi disprezzo , da qualsiasi discriminazione, da qualsiasi violenza. E’ importante capire questa cosa, quello che potremmo chiamare oggi il pacifismo di La Pira non è un pacifismo disincarnato, ma esattamente il suo contrario, sentite cosa dice ai sindaci nel 1955 quando li riunisce per la prima volta: “ La minaccia della guerra atomica, la minaccia sempre presente (oggi sempre presente, perché comunque continua ad esserci qualcuno oggi che pensa che una risposta atomica sia possibile a qualsiasi altro tipo di risposta) ha appunto operato questo effetto: far scoprire a quanti ne hanno la responsabilità e l’amore il valore misterioso ed in certo modo infinito della città umana”. Il contesto storico è sconvolto se viene strappata una sola delle pagine essenziali che lo costituiscono. Il destino di ciascuna città incide profondamente sul totale destino di elevazione e di progresso della storia umana e della civiltà umana. La città è uno strumento in certo modo appropriato per superare tutte le possibili crisi cui la storia umana e la civiltà umana vanno sottoposte nel corso dei secoli ed è sconcertante pensare che oggi attorno ad una città si stiano giocando le sorti di una guerra sporca, perché comunque oggi vi è qualcuno che non pensa che anche quella città, che anche Bagdad è il domicilio organico della persona, al di là che quelle persone siano differenti o molto differenti da noi. Nel 1958 è da segnalare anche un altro passaggio, sempre di questo tipo, cioè l’avvio del primo dei Colloqui Mediterranei, è importante perché fu allora l’unico luogo di incontro tra Arabi e Israeliani, siamo nel 1958 e pensate oggi quale ferita sia ancora, quale involuzione del dialogo vi sia ancora nella Terra Santa, nella Terra di Gesù. Il tema quindi portato avanti da La Pira è che solo l’amicizia, l’incontro tra le persone porta alla riconciliazione, solo ascoltandosi si può evitare la guerra. E’ importante segnalare come La Pira diventa, proprio per queste iniziative, una figura rilevante nel panorama internazionale, tra l’altro contemporaneamente ad una sua continua svalutazione a livello nazionale, forse varrebbe la pena ricordare che uno dei personaggi più, come dire, beatificati degli ultimi anni, cioè Indro Montanelli, costruì una gigantesca polemica nei confronti di La Pira trattando veramente a pesci in faccia, ma non fu l’unico, ci fu un fronte di giornali, chiamiamoli così liberali, ma il termine va collocato al tempo di allora e un po’ meno al tempo di oggi, che davvero non sopportavano la figura di La Pira, era un uomo scomodo, era una figura scomoda di cui la cosa più gentile che si poteva dire era che era un folle, un pazzo, un sognatore. Bene, questo pazzo, questo sognatore venne rieletto sindaco nel 1956 e venne rieletto di nuovo nel 1960 fino al 1964, ma poi quando terminò questa stagione significativa e straordinaria non terminò la sua azione per la costruzione soprattutto della pace. Il viaggio a Mosca ha un incredibile valore: La Pira volle accettare l’invito che gli aveva fatto più volte il sindaco di Mosca partecipando agli incontri internazionali. L’iniziativa non era facile, non era facile proprio perché il rischio di strumentalizzazione La Pira lo aveva ben chiaro, sarà stato anche come qualcuno diceva un “cumunistello di sacrestia”, ma lui aveva ben chiaro i termini delle questioni che venivano poste e ciò nonostante riuscì a costruire questo incontro, questo viaggio davvero con iniziative complicate per riuscire ad incontrare anche le autorità ortodosse, siamo nel 1959, quindi siamo comunque prima del Vaticano II e riuscì a farsi ascoltare dal Soviet Supremo e andare a dire al Soviet Supremo prima di tutto che era fondamentale il rispetto dei diritti umani, ma poi che era altrettanto fondamentale, al di là delle differenze, cercare di costruire una pace mondiale. Se noi leggiamo il resoconto,perché è evidente che non c’è una trascrizione, ma i resoconti possiamo dire veritieri che vengono fatti soprattutto di questo testo ci rendiamo conto da una parte della limpidezza morale, ideale di La Pira che racconta al Soviet Supremo, cioè la struttura più importante del Partito Comunista Sovietico, il valore della Resurrezione di Cristo appunto ad un partito che aveva l’ateismo come modello fondamentale di esistenza e di azione, ma da qui appunto, da questa proclamazione la voglia, la volontà, il desiderio e la spinta a costruire ponti tra i popoli e invocare insieme la pace, questo disse La Pira in quel momento e questo scrisse fino alla fine anche ai responsabili, ai segretari del partito comunista, ai responsabili dell’Unione Sovietica di allora. Va segnalato anche un altro viaggio quello nel tentativo disperato di evitare un conflitto in Vietnam, la data è 1965 in una fase di grande crisi, ma La Pira con la sola forza della sua persona e come racconta in questo testo ed in altri con niente in tasca come soldi riuscì, unico occidentale, a raggiungere la capitale del Vietnam, a strappare al leader una promessa di pace che poi venne sprecato, venne fatto oggetto di disinteresse da parte delle autorità americane e di fatto poi la guerra cominciò. Mi sembra molto importante oggi ragionare sulla scelta di vita di La Pira anche in una situazione di conflitto di allora, non dissimile tutto sommato da quella di oggi mi pare ascoltando e seguendo la vicenda di La Pira di comprendere meglio quanto diceva qualche anno fa il Cardinale Martini circa la necessità di intercessione, cioè il cristiano di fronte alla guerra è colui che intercede, cioè si mette in mezzo, si frappone e La Pira tentò di fare questa cosa, aveva capito che questo bisognava fare, non si può ridurre questo incontro al macchiettismo che pure si ritrova in certe narrazioni. Chiudiamo la sua vicenda dicendo che in realtà la figura di La Pira è importante a livello internazionale: mantenne legami con molti leader, ma fu abbandonato ed inascoltato in Italia, ciò nonostante rimase nel nostro paese alla ricerca di segnali importanti da percepire, sarebbe importante rileggere ad esempio l’attenzione ai giovani che ebbe nel 1968, cioè l’attenzione a percepire ciò che era significativo di un movimento che si stava sviluppando. La fase proprio terminale della vicenda di La Pira è legata ad un anno, un anno e mezzo; nel 1976 viene richiamato in servizio: era la Democrazia Cristiana di Zaccagnini che cercava di ridare il volto popolare alla azione politica del suo partito, è lo stesso anno in cui viene chiesto a Basclè di partecipare alle elezioni e viene appunto richiamato dalla DC e viene eletto in Parlamento, ma non sta bene, proseguirà a stare poco bene e morirà poi nel 1977 in questo, che lui aveva chiamato, “sabato senza veste”, però è significativo il programma con cui egli si presentò alle elezioni. Il suo desiderio sarebbe stato quello di sconfiggere due mali contro l’umanità, a suo dire veramente pericolosi: la guerra atomica e la legalizzazione dell’aborto. Con questo programma si presentò, con questo programma venne eletto, questo programma non poté portare a termine, perché appunto morì nel 1977, ma un altro elemento importante da ricordare in questa sua ultimissima fase sarà ancora il desiderio di pensare ai giovani, di incontrare i giovani, di dire qualcosa a loro, di portare speranza e anche questo è un elemento importante, è un elemento educativo dell’accompagnamento che lo fa somigliare ad un suo caro amico che è Lazzati, a questo porre segni all’interno delle nuove generazioni, questa fatica ad educare che non gli verrà mai meno fino all’ultimo istante, le sue ultime parole riguardano proprio la volontà di parlare, di incontrare i giovani. Ecco quindi la storia di quest’uomo davvero è un esempio di costruzione del bene comune, il suo fu uno sforzo mai terminato, perché la politica non si eclissasse, cioè non terminassero le parole e gli incontri della costruzione e i fatti per costruire la città dell’uomo e invece ci fosse spazio solamente per la violenza della guerra, il silenzio della morte. Quest’uomo è capace di confrontarsi con i temi del suo tempo, con i desideri anche delle persone del suo tempo e interpretarle, laicamente interpretarle. Io penso davvero che non sia del tutto casuale se questa sera siamo qua a parlare di La Pira e se è vero che non si stampano tanti libri come una volta su La Pira è anche altrettanto vero che mi pare non sia stato del tutto lontano anche dai dibattiti di questi ultimi tempi, in modo strumentale o no non sta a me discuterlo, ma figura che è stata richiamata proprio come profeta della pace e certo mi piace pensare che non sarebbero dissimili i discorsi di La Pira da quelli di una persona che ha conosciuto ed ha condiviso molta parte della vita di la Pira che è Scalfaro. Sentendo i discorsi recenti dell’ex Presidente della Repubblica mi è parso di percepire una tonalità profetica non dissimile, quindi l’invito è quello di sapere ascoltare anche oggi i profeti del tempo, di sapere ascoltare delle profezie di pace anche in tempo di guerra, non dire che non ci sono profeti oggi, perché ci sono, ma come La Pira oggi sono ancora ai margini, ma come La Pira lasciano semi che germineranno quando il Signore vorrà! Grazie.
Domanda…
La Pira ed il gruppo di intellettuali, studiosi, credenti che vissero con lui la fase costituente, la prima fase di azione politica diretta dico Dossetti, dico Lazzati , dico Fanfani , dico in qualche maniera anche Moro ecco avevano un’idea della mediazione che oggettivamente non è quella che abbiamo noi oggi, cioè la mediazione come l’esultanza di un compromesso di basso profilo. La mediazione è un termine invece molto significativo nell’azione politica di credenti che per la verità andrebbe ripreso un po’ più seriamente oggi nel senso che interpretando penso il pensiero di La Pira, ma direi anche quello di Lazzati, perché le due professioni, le due azioni sono abbastanza parallele, il tema della mediazione centra con il tema dell’incarnazione, cioè con la capacità di incarnare fino in fondo degli ideali che uno non può dimenticare nel momento in cui fa politica. Io credo che se ci sia un significato positivo ad esempio al documento vaticano dedicato alle problematiche politiche recentissimo sia esattamente in questa direzione, cioè l’idea di richiamare il politico cristiano al fatto che non è possibile pensare che da una parte ci sia la tua crescita nella fede, il tuo percorso personale o anche comunitario, dall’altra ci sia la pratica … Ciò che tentarono appunto un La Pira, un Dossetti, un Fanfani fu esattamente un’altra cosa, cioè di vedere come era possibile nella concreta azione politica ottenere il massimo dei risultati che non era il tutto dei risultati, non era la costruzione del Regno di Dio in terra attraverso l’azione politica, ma era vedere che quei valori, il valore della centralità della persona, il valore del lavoro, il valore del rispetto della dignità umana possano avere dei percorsi politici effettivi questa era l’idea di mediazione, una mediazione che io intenderei di tipo progressiva, cioè non statica, la mediazione statica è quella di chi si mette attorno ad un tavolo e siccome si deve uscire con qualche cosa si scrive, si prende una decisione. La mediazione, a mio parere secondo La Pira, era certamente di tipo opposto, cioè dell’idea di identificare un nucleo di valori che come valori non sono astratti, ma sono esattamente il loro contrario, cioè sono potenzialmente in grado di essere messi in pratica, da questo punto di vista il testo delle attese della povera gente che,dicevo prima, venne poi fortemente criticato, ma lui a sua volta rispose, indicava questa strada, cioè una strada di azione politica che tenesse in considerazione dei punti saldi e che operasse per la costruzione della città dell’uomo in una dimensione di rispetto delle necessità di chi aveva meno, al di sotto di questo non c’era azione possibile tant’è che se noi andiamo a vedere poi le biografie dei singoli ci troviamo in situazioni di questo tipo, perché La Pira, a mio parere, costruisce nel modo più equilibrato possibile una mediazione tra gli ideali e la costruzione di una città. L’inquietudine credo sia di tutti noi nel vedere come in una fase molto diversa e molto lontana da quella che visse La Pira oggi si ha una percezione di rischi tale e quale quella che era allora, però incontrare persone come La Pira ci invita non a dire che la sua testimonianza non è valsa nulla, ma esattamente il suo contrario, cioè che in situazioni difficili c’è bisogno di qualcuno che testimoni un ideale opposto a quello che viene propugnato come unico possibile. Il tema della pace mi sento di dire che ha assunto piena cittadinanza nella riflessione, nell’azione dei cattolici e io mi sento di dire che ha preso un profilo a mio parere di importanza storica con l’azione, l’intervento, le parole di Giovanni Paolo II. E’ bene dire che il tema della pace in relazione all’azione, all’attività politica o anche sociale dei cattolici in Italia, ma non solo, nell’epoca in cui se ne occupava La Pira era fortemente segnata ideologicamente, tu stavi già dalla parte del nemico solo perché parlavi di pace. E’ importante ricordare questa cosa, perché anche grazie a uomini come La Pira, come Giovanni XXIII, come Paolo VI, il profilo dell’azione, la libertà di una testimonianza limpida sul tema della pace è possibile e quindi io dico a maggior ragione in un tempo come quello di oggi che non è diverso purtroppo dal timore, dal terrore degli anni ’60 che richiede uomini e donne così. Quarant’anni fa a testimoniare queste cose c’erano dei laici oggi c’è un anziano papa, la cosa a me colpisce, mi colpisce il silenzio assordante dei laici cattolici italiani, mi dispiace e mi colpisce, perché dovrebbero esserci stati decenni di educazione alla costruzione della città dei laici cristiani, ma qui l’unico che continua con limpidezza a testimoniare il tema della pace è il papa. Il profilo spirituale di La Pira è di grande spessore. La vita religiosa, la vita di fede, la vita di preghiera di La Pira è significativa, assolutamente un segno per le persone che lo hanno incontrato. Serve un punto di partenza così, perché ben poca cosa è chi non ha una radice salda nella parola di Dio, nella faticosa ed aspra storia di fede di chi si mette in gioco davanti alla Verità della Parola, senza radici salde di questo tipo non c’è una testimonianza veritiera, ma ci sono parole dette al vento che funzionano un giorno e l’altro giorno non funzionano più. Sul tema dell’isolotto brevemente dico che è interessante come situazione nella fase ricostruttiva, perché La Pira si impegnò per la edificazione di un quartiere di Firenze che poi venne chiamato l”Isolotto” fatto con un modello che era esattamente la tradizione. La Pira diceva che una città per essere una città deve avere delle cose importanti, deve avere un prato, perché i bambini possano giocare, deve avere una scuola in cui possano essere educati, deve avere una chiesa dove la gente possa pregare, deve essere un luogo di incontro sostanzialmente, ecco questo disegno che era un disegno di tipo urbanistico, architettonico, però fu imposto da una visione politica e divenne un luogo significativo. L’Isolotto nella seconda metà degli anni ’60 e negli anni ’70 divenne un luogo dove crebbe anche una forma di cristianesimo di base che in qualche maniera voleva anche nella forma comunitaria cercare di rispettare e di portare avanti gli ideali per i quali era nato questo modello organizzativo della città. E’ interessante l’avvio, perché denota che non ci sono state solo delle belle parole e delle belle idee, ma anche il tentativo reale di metterle in pratica.
Domanda: Qual’era il rapporto di La Pira con la Chiesa? Lui sognatore com’era si spinse a fare scelte importanti fino a venire accusato di essere comunista. Ho letto che il cardinale di Firenze lo elogiava come un testimone, un Vangelo vivente, ma la Curia Romana che rapporti aveva con lui?
La Pira insegna parecchio ai Cristiani di oggi. A me ha colpito una affermazione di La Pira nella fase degli inizi degli anni ’60 quando era fortemente impegnato nel tentativo di costruire ponti, legami, andare oltre quelli che erano i muri, le cortine di ferro, le sponde del Mediterraneo. La Pira disse: “Io vado in giro con il passaporto che mi ha dato la Chiesa, però se faccio qualcosa di buono è perché l’ha fatto la Chiesa, se sbaglio, sbaglio io”. A me piacerebbe che laici in particolar modo, ma in generale i cristiani che vivono nelle comunità oggi fossero capaci di questa libertà, mentre invece noi assistiamo spesso alla necessità che i cristiani all’interno della propria comunità vadano a chiedere bolli e contro bolli per fare qualsiasi cosa. La grande libertà che aveva La Pira nel dire io in quanto laico mi metto in gioco nelle realtà temporali e so che se sbaglio lo faccio io, ma so che se faccio qualcosa di positivo è perché la mia famiglia, la mia comunità mi ha dato la forza di farlo, a mie spese, mi ha dato la forza di farlo. In particolare bisogna dire che La Pira si trova in due situazioni temporali differenti: la parte finale del pontificato di Pio XII e poi tutto il pontificato di Giovanni XXIII e poi Paolo VI, quindi in termini di centro della cristianità ci sono delle realtà diverse. La grande sintonia la ebbe con Giovanni XXIII proprio perché era nella fase di massima espansione in termini di impegno e trovava nelle parole e nei gesti di questo papa sostegno, conferma delle intenzioni che lui però aveva avuto prima. La Pira fu una persona che costruì le innovazioni che poi la Chiesa visse e sperimentò a coro universale. Pensiamo sempre che la storia della Chiesa avvenga a blocchi, succede una cosa per cui poi dopo conseguentemente avvengono altre cose e le persone si comportano così, non è esattamente così, specialmente nella vita della Chiesa c’è tutta una storia che precede, che magari è minoritaria inizialmente, ma ha dato forza poi per delineare dei nuovi scenari; il Vaticano II non ci sarebbe stato senza figure così. Una delle persone più contente della “Pacem in Terris” sia stato La Pira, c’era una consonanza molto grande in questa fase. Nella precedente fase ci furono molte pressioni alla Curia Vaticana per una sanzione nei confronti di certi atteggiamenti di La Pira nella primissima fase della sua azione politica amministrativa a Firenze, però il cardinale lo difese e comunque non fece mai niente senza avere comunque prima preavvertito. Le visite a Mosca e in Vietnam non sono oggettivamente possibili senza che vi sia stato un placet di partenza. Il passaporto in tasca della Chiesa ce lo aveva, ma la faccia ce la metteva lui e anche quando andava incontro a delle sconfitte, come in parte è stato, era lui, non diceva che era colpa della Chiesa cosa che invece molti cattolici tendono a fare soprattutto quando perdono.
Domanda: “Prima di fare la domanda ho bisogno di fare una breve considerazione, leggendo il volantino ci viene posta una domanda: eclissi della politica?. Io penso che a questa domanda bisogna dare una risposta e per dare una risposta bisogna capirci su che cosa intendiamo per politica, basta leggere appena sotto quando si dice: l’impegno dell’uomo per il bene comune, questa, secondo me, può essere una definizione di politica e, in questo senso, politica la fanno le associazioni, la fanno le cooperative sociali, la fanno tutti coloro che operano in un contesto sociale interagendo con gli altri, quindi possiamo addirittura arrivare a dire che politica la fanno le imprese che, pur perseguendo un profitto, cercano di produrre un servizio, un bene con un giusto rapporto qualità, prezzo e quindi in questo senso, la politica può essere trasversale. Alla domanda, se si parla di eclissi della politica, la mia risposta è no, non si può parlare oggi di eclissi della politica quando vediamo le piazze piene di gente, quando vediamo questa realtà del sociale così attiva in fase di sviluppo. La vera domanda probabilmente è difficoltà dei partiti? A questa domanda probabilmente una riflessione più complessiva va fatta e qui arrivo alla considerazione, alla riflessione che ci veniva posta prima dell’intervento del relatore quando si parlava di movimenti e di partiti, perché oggi più che mai questa situazione la stiamo vivendo: vediamo che addirittura su manifestazioni che dovrebbero unire tutti come quella della pace di fatto poi ci siamo ritrovati su due piazze diverse con due realtà ben identificate. La domanda è questa: La Pira oggi sarebbe uomo di partito o un movimentista?
Non c’è più il grosso contenitore del Partito Cattolico, questo non è un particolare secondario, perché in termini di aggregazione c’è una bella differenza. Io trovo che in La Pira vi sia un grande equilibrio nell’azione strettamente politica, amministrativa e nell’azione di riflessione ideale e quindi sono convinto che oggi La Pira non disdegnerebbe un’azione propriamente politica nella struttura partito, perché lo metterebbe nel conto di un fine più generale. Certo avrebbe passato notti intere a fare in modo che, invece di due piazze, ce ne fosse una sola. I troppi galli di queste piazze, le tante persone che comunque cercano di mettere il cappello sul desiderio di invocare la pace fanno sì che le piazze si moltiplichino e no che si uniscano, perché questa è la vera crisi oggi dell’associazionismo, è la vera crisi del movimentismo, è la vera crisi della vicenda politica che viviamo, cioè che la frammentazione piace, perché ciascuno ha il suo quarto d’ora di celebrità ed è un modello fondamentale nell’esistenza di relazione tra le persone. Per quanto riguarda la difficoltà oggi di coniugare ispirazione cristiana ed esperienza nelle realtà sociali, politiche sono convinto che si debba ascoltare ancora di più la lezione di La Pira e la lezione di Lazzati che in situazioni tutto sommato non così diverse dalle nostre hanno anche trovato il tempo di educare i giovani spendendosi come persone, quanti oggi lo fanno? Perché una persona può giocare tutto se stesso dentro un’istituzione, dentro anche una realtà difficile, frammentata, drammatica come quella politica con forza se però è stato accompagnato in una fase della sua vita a comprendere quali sono gli elementi fondamentali su cui discriminare la realtà di tutti i giorni. Le scuole socio, politiche in diocesi sono risultate aride, perché erano scuole, non persone. Oggi si deve chiedere con forza questa cosa ed io stesso vivo la drammaticità come educatore di non sapere se un mio giovane di scuola mi dice che vorrebbe impegnarsi in politica da chi mandarlo, non ce l’ho. Lo mando ad una scuola? Non credo, non credo di fare il suo bene. Questo è un nodo molto importante su cui riflettere come cristiani e come comunità.