L'intervento di GUIDO TALLONE

Cinisello Balsamo, 25 Febbraio 2003

Dopo una breve premessa di benvenuto e l’augurio, fatto a sé stesso e a tutti i presenti, di riuscire a comunicare la ricchezza nel riprendere in mano don Milani, Guido Tellone, papà di due bambini (<<…prendetemi così e se va bene, così, e se non va bene, così lo stesso! >>), inizia la sua relazione.

 <<Io non credo, con tutto il rispetto per chi ha organizzato l’incontro, che don Milani permetterebbe il vostro titolo: “Il disagio giovanile letto con gli occhi di don Milani”, perché il disagio è una categoria che ha introdotto il contesto socio-lavorativo degli anni ‘70.

Domanda: perché si è cominciato a parlare di disagio giovanile negli anni ‘70?

Perché all’epoca si parlava di criminalità minorile ed era “un pugno nello stomaco” consegnare a chi ti stava accanto un discorso, anche soltanto di prevenzione, sulla criminalità minorile: come si fa a chiamare criminale un ragazzino di 12, 14 o 16 anni? Lo stesso Tony Blaire, che vuole abbassare l’età della penalizzazione, sente qualche stridore in questo. Allora, il termine criminalità minorile viene in qualche modo stemperato con la categoria di ragazzi a rischio. Pensa e ripensa (non solo nella vita, ma anche nel sociale le parole non sono etichette irrilevanti… hanno un peso, uno spessore, una profondità), è emersa la categoria del disagio. Perché? Perché parlare di disagio di un malessere dinamico (che può essere corretto) è meno ghettizzante, è meno profezia che si auto-avvera… ma ha un limite: nasce dentro quella cornice che ho appena esposto e progressivamente si focalizza sui ragazzi caratterizzati dal disagio. Cosa voglio dire? Me lo dicono spesso i ragazzi: <<Guido, ma perché vai sempre a parlare dopo cena e non stai con noi? Tanto i grandi si preoccupano solo, non sono capaci di occuparsi di noi>>. Il preoccuparsi è la spia che segnala che si parte dal disagio.

DON MILANI HA INCONTRATO I RAGAZZI! E, attenzione, non è andato a cercare coloro che erano “sfigati”, dimenticando gli altri, LI HA INCONTRATI TUTTI! Ha incontrato i ragazzi di Barbiana, ha visto che erano in una condizione di disagio, lui lì era il parroco… Curiosissimo: chi ha curato la biografia ha scritto che <<è stato promosso>>, ma don Milani è stato punito ferocemente, già… perché al tempo in cui faceva il vice-parroco andava di moda (non solo oggi!) cercare i comunisti dappertutto, se semplicemente sgarravi di tanto così… Vi racconto un aneddoto: lo stesso giorno che don Milani arriva a Barbiana, quando vede il livello della situazione e quindi prende coscienza dell’entità della sua punizione (era chiaro che era una punizione, non c’era neanche la strada a Barbania! Ma c’è punizione e punizione…), dopo aver traslocato sotto la pioggia ed essersi sfogato in un pianto a dirotto, ripetendosi: <<Ma che ho fatto di male? Potevo starmene zitto!>>, scrollandosi di dosso il pianto, entra in Comune e dice: <<Sono il vostro priore, voglio comprarmi una tomba>>. Bel tipo, eh?! Ebbene, in quel paese don Milani non va a cercare i ragazzi a rischio, va a cercare i ragazzi. Dobbiamo cominciare a cambiare un po’ schema mentale. Questa è la prima lezione che volevo in qualche modo affidarvi, consegnarvi, testimoniarvi, perché il mondo dei ragazzi è stufo dei grandi che si preoccupano!

Se i ragazzi hanno un problema e sono a disagio, sono potenziali disturbatori sociali, quindi noi attiviamo degli investimenti: nasce la 216, la legge (guarda caso!) per la criminalità minorile… nasce la 309… andate a spiegare ai ragazzi che molta prevenzione nelle scuole la si fa con i fondi della legge 309, la legge sulle tossicodipendenze, andate a dir loro <<guardate, questa prevenzione è perché qualcuno può pensare, da un lato, che voi siete potenziali tossici, dall’altro che bisogna preoccuparsi perché non lo diventiate, dall’altro perché un po’ siamo preoccupati>>. Ecco la prima provocazione: NON STIAMO DENTRO LA CORNICE DEL DISAGIO, È UNA TRAPPOLA! Ve lo dice uno che lavora nel Gruppo Abele, che lavora in carcere, che lavora con i ragazzi tossicodipendenti, che l’altra mattina ha accompagnato al cimitero l’ennesima nostra ragazza morta di AIDS, ve lo dice uno che abita la frontiera scomoda del disagio! Anche perché questa è una perla che ci arriva da don Milani.

Facciamo un esercizio di etimologia: cosa vuol dire disagio? E’ una parola composta da un prefisso dis + la parola agio che deriva dal latino addiacens e vuol dire vicino, quindi disagio vuol dire LONTANO. E non c’è bisogno di una laurea in psicologia per capire che se i soggetti dei miei affetti mi sono vicino, io sto bene, viceversa sto male. Quando sono oltre oceano, mi accorgo di provare una sofferenza pensando alla mia famiglia, ai miei bambini, perché sono lontano e qualsiasi cosa succedesse non potrei fare nulla. Ma allora il disagio è una categoria “di distanza” e a volte, letto così, potrebbe essere non il disagio dei ragazzi, ma la distanza dei ragazzi stessi dai nostri interessi, da quelle politiche, da quella sensibilità, da quelle cure che fanno di quel ragazzo un cittadino sovrano.

Seconda provocazione: allora IO NON CI STO DENTRO AL DISAGIO, STO DENTRO AI RAGAZZI, dentro quel contesto di relazione! Avete detto che oggi le parole ci sono, ma come fare in modo che questi ragazzi non vengano esclusi? Bene, vi devo dare un dato (don Milani forse lo avrebbe colto con la sua acutezza, con la sua capacità di leggere i numeri): Galimberti dice che nel 1976 un ragazzo di 15 anni usava 1400 parole, mentre oggi un ragazzo della stessa età ne usa 600. Le parole non ci sono! Io non credo che la lezione sulla parola di don Milani sia eterna e definitiva, oggi sta cambiando qualcosa nel rapporto con le parole, però è vero che se mancano le parole si soffre di più, se riduci i vocaboli sei meno in grado di decifrare e comunicare la sofferenza che ti caratterizza, che ti segna. Provate a fare un giro in un bosco: le piante di cui non conoscete il nome, non le vedete o se le vedete non le fissate; le piante di cui conoscete il nome (la betulla, il tiglio, il platano, la quercia) le vedete, le fissate, le apprezzate. Vengono prima le parole, poi le idee, poi i pensieri, poi le cose. Si possono avere tutte le genialità di questo mondo ma, se non sappiamo mettere nero su bianco, “farfugliamo” e nessuno ci capisce. Sorge un dubbio: non sono convinto che oggi non ci siano le parole… anzi, penso che la parola sia abusata, inflazionata, confusa, basta pensare alle parole solidarietà, giustizia, legalità.… Ma i ragazzi hanno meno parole di ieri e noi dobbiamo recuperare percorsi che abilitino la parola. Lo ripeto, quando manca la parola si soffre di più! Allora, da questo punto di vista, dobbiamo imparare a chiamare i bisogni con la parola DIRITTI. Questo vuol dire fare un cittadino sovrano. Se prendete un ragazzo e gli chiedete che cosa sono i diritti, lui balbetta, non sa rispondere… non è un caso che nelle nostre scuole non si faccia educazione civica! Non è soltanto perché manca il tempo, non è soltanto perché mancano i fondi, non è soltanto perché mancano i docenti, bensì è più comodo attrezzarci in modo che ciascuno risponda ai bisogni come può: fatti un’assicurazione e trovati un dentista a pagamento, chiedi al parroco un calcetto e che al diritto al gioco risponda la Chiesa etc. Si dice che non c’è più molto bisogno del diritto all’alimentazione… ma si dice anche che ci sono 7 milioni di poveri in Italia… Chiamare i bisogni con la parola diritti è quell’equazione fondamentale che inchioda ciascuno alla giustizia e don Milani l’ha capito molto bene, così bene che rimprovera quegli insegnanti: <<Voi state curando i sani e cacciate i malati>>.

Come nascono le criminalità organizzate? Semplice: intercettano il bisogno e, visto che nessuno lo eroga come diritto, lo affrontano come favore. Hai bisogno di una casa? Te la do io. Hai bisogno di un lavoro? Ci penso io. Ricorda… no, no, non ti chiedo niente per ora… verrà il momento… mi darai dopo… Le criminalità organizzate nel sud d’Italia stanno crescendo così! Intuite che dove manca la parola, non soltanto si soffre di più, ma cresce anche la violenza dell’illegalità. Spesso mi viene detto <<Lei parla tanto di diritti, ma educare i nostri ragazzi ai doveri? Questi sono ragazzi che fanno solo ciò che piace loro>>. Attenzione: la prima scuola del dovere è il diritto. Se dai il diritto, puoi chiedere il dovere. Per renderli responsabili, occorre erogare i diritti. Se nella scuola c’è il senso della responsabilità, c’è il gusto dell’estetica, c’è il piacere, c’è il dibattito, c’è il rispetto della persona, allora puoi chiedere il dovere.

Come secondo punto vi dicevo <<attenzione, stanno mancando le parole oggi>>. Non vorrei entrare in polemica, ognuno rimanga della sua idea, ma se oggi alcuni giovani con lacerazioni interiori vanno al G8 a protestare, fermano treni (senza entrare nella violenza che nessuno giustifica) etc è perché si ha la percezione che mancano le parole: tutti vogliono la pace e abbiamo il paese che è attraversato da armi!

Don Milani ci ha detto <<Non partite dal disagio, costruite le parole e rispolveratele nella loro lucentezza che inchioda la responsabilità. Restituite al cogno di ogni parola la sua freschezza e non permettete che nessuno la storpi a proprio uso e consumo.>> Questa è una lezione forte che i nostri giovani ci chiedono: <<Diteci parole vere, voi grandi che noi sentiamo lontani, perché voi ci dite che siamo nel disagio e ci cercate nel disagio, così noi vi andiamo a cercare sul campo del piacere… voi non siete abituati a stare sul campo del piacere. E’ un tabù>>. Ecco un’altra originalità: afferrare le anticipazioni dei giovani e stare dentro il loro linguaggio, non nel nostro. Don Milani l’ha fatto! Ha guardato in faccia questi ragazzi e, con la severità buona di chi intercetta i bisogni come diritti, si è posto in ascolto. Allora oggi c’è un dato da registrare: il mondo dei ragazzi ci dice <<Basta con il vostro disagio. Ci cercate partendo dal disagio e noi vi vogliamo sul terreno del piacere.>> E noi? Noi cosa rispondiamo? Diciamo loro che non hanno la cultura del sacrificio, che non sono coerenti, che dalla vita non si può avere tutto, prima il dovere poi il piacere, che sono figli del supermercato e consumano… Fermiamoci un attimo: chi è che consuma? Siamo noi adulti o sono loro? Chi è che si compera l’auto da 30.000€ quando potrebbe farne a meno? Chi è che investe nella villetta? Chi è che sfoglia il giornale per le quotazioni, che si domanda dove andranno i suoi soldi? E i ragazzi lo percepiscono: trasmettiamo loro dei valori o li testimoniamo? Ecco, DON MILANI NON HA MAI TRASMESSO I VALORI, LI HA TESTIMONIATI e ha pagato, ha pagato duro. Ma voi adulti ascoltate questi ragazzi così disagiati? E i valori li testimoniate? Tornerò su questo.

Alle volte mi chiedo: se fossi un carabiniere e avessi mio figlio che blocca i treni? se fossi un cattolico che ha speso tutto per educare suo figlio alla fede e lui non mette piede in chiesa? se mio figlio mi dicesse che fa il digiuno per la pace il 5 marzo 2003, ma che della fede non gliene importa nulla? I ragazzi, oggi, ci presentano pluridentità. Cosa voglio dire? Noi siamo cresciuti dentro un’identità unitaria dove progressivamente abbiamo fatto sintesi attorno ad uno zoccolo duro, un centro, un fuoco, un’opzione fondamentale, chiamatela come volete, che però permetteva all’esistere di coagulare attorno a sé un elemento di unitarietà. Ad esempio, l’allora mia militanza cristiana alle ACLI colorava la modalità di intendere il lavoro, la famiglia, la scelta educativa per i figli (per cui potevo avere il dubbio con mia moglie se mandare mio figlio in una scuola pubblica o cattolica, però l’educazione cristiana connotava l’educare i miei figli), la militanza nel consiglio pastorale, l’impegno nel sindacato, nel condominio. I nostri ragazzi non si riconoscono in questo modello. Non voglio dire che son più bravi di noi o più cattivi, non è un giudizio morale. Vi stanno dicendo: <<Un’identità unitaria non me la sento addosso, mi sta stretta, voglio più identità. Io non ho niente in contrario se la parrocchia organizza una bella raccolta carta o legna per chi è senza stufa al freddo, partecipo volentieri, ma la domenica dopo vado in discoteca e mi prendo una pasticca e non ci vedo nulla di male in queste diverse anime che caratterizzano la mia vita>>. E noi? Balbettiamo in risposta che devono fare ordine, che sono matti o fragili, che non si può mischiare tutto etc Noi adulti ci stanchiamo, loro si rompono e, capite bene, è difficile incontrarsi su registri culturali così diversi, ma dobbiamo avere l’umiltà di non plasmare l’altro e di non portarlo nel nostro schema. Bisogna avere il coraggio di fermarsi ogni volta che non capiamo qualcosa ed essere pronti ad ascoltare i nostri ragazzi quando ci dicono che non capiscono. E come comunicare con questi ragazzi abilissimi nel dare risposte multiple? Se l’amico fa loro una domanda, danno una risposta, se gliela fa il prete ne danno un’altra, se gliela fa il genitore un’altra ancora… sono ragazzi con identità molteplici, chi ci aiuta ad ascoltarli?

Voglio ancora sottolineare alcuni aspetti, vi faccio un esempio. Ci sono un padre e un figlio. Il figlio è in prigione, mentre il papà è fuori e mi cerca, si sente a volte quasi imbarazzato di aspettarmi quando esco dal lavoro, ha paura di seccarmi. Il papà si chiede il senso dell’avere un figlio in prigione senza riuscire ad incontrarlo, mentre il figlio mi dice: <<Guido, mio padre ha sempre detto che avrebbe preferito vedermi morto piuttosto che qui dentro>>. Riporto le parole al padre, che nega di aver mai detto nulla di simile. Torno dal figlio e gli chiedo perché non vuole ricevere suo padre che nega di aver mai detto quella frase. E lui mi risponde <<E’ vero. Lo diceva sempre guardando la televisione, mentre io ero vicino, A ME non l’ha mai detto>>. Attenzione quindi perché i ragazzi ci ascoltano anche quando non parliamo direttamente con loro. Speriamo che quel figlio abbia il coraggio di lasciarsi abbracciare da suo padre. Quindi, è questo il testimoniare i valori, è questo dare le parole, è questo che i figli, a volte, ci chiedono, non servono i sermoni, loro vogliono respirare con le parole che passano nella casa, che passano in ascensore, che passano con i vicini, che passano sul telegiornale, vogliono quella libertà laica di chi accoglie e non sentenzia. 

Vi consegno ancora qualche sfumatura. Oggi nel sociale, nel contesto educativo, sgombrato il campo del disagio, rielaborato il concetto di valori, dentro le identità multiple, dentro una ricerca di piacere che i ragazzi fanno perché stufi del nostro inseguirli nel disagio,  un elemento che mi sembra importante dire è che siamo di fronte a ragazzi che ci vorrebbero più attenti al genere: maschio e femmina. Cosa voglio dire? Quando dimentichiamo il genere, di fatto, scatta il pregiudizio che ognuno ha nel suo schema mentale per cui tutte le politiche giovanili asessuate sono fondamentalmente politiche maschili: campi di calcio, tornei e iniziative, perché il maschietto è più rumoroso. Oppure sono percorsi di genere: a rielaborare le emozioni al femminile sono le ragazze, perché il maschio non deve piangere, il maschio deve essere uomo, il tempo libero è maschio perché la femmina deve di educarsi ai lavori domestici. Allora attenzione! Ripensiamo il genere, qualcosa sta cambiando, noi abbiamo ragazzi che vogliono piangere e che hanno il diritto di elaborare le loro emozioni, abbiamo per fortuna uomini adulti che hanno il coraggio di ridiscutere le loro emozioni, abbiamo bisogno di donne che leggano la politica con uno sguardo femminile, abbiamo bisogno di esplicitare i presupposti del genere, anche questo vuol dire abitare il tempo con la freschezza e la laicità che don Milani ci ha insegnato. Don Milani non è mai andato dentro le mode del momento, è sempre stato dentro la verità, inseguita con passione, ed il tempo va ascoltato, oltre la moda!  

Voi mi avete chiesto dentro una cultura violenta che cosa significa educare. Io mi permetto di dire che dobbiamo prestare attenzione a tutte le violenze, perché c’è la violenza di chi sfascia, di chi rompe, di chi picchia e di chi grida il suo malessere in termini violenti. Don Milani lo sapeva molto bene: chi sta male ancora oggi lo sa, non è capace di dirci il suo star male. Come te lo dice un ragazzo che sta male? Te lo dice facendoti star male, vale per i nostri figli: <<Ed io non mangio, tu mi hai sgridato ed io ho mangiato, io sto male ed io ti faccio notare che sto male. Tu dai il tuo affetto, io l’unica cosa che posso fare è rifiutare il tuo affetto per farti male.>> Ho gestito per una dozzina d’anni una scuoletta per ragazzi di strada: erano i quindicenni buttati sulla strada che facevano magari due o tre volte la prima media e ogni tanto mi facevo raccontare da loro alcune cose e uno di loro, sarà stato alto un metro e dieci, ed era pure minuto, mi diceva: <<Guido, sai cosa facevo il lunedì mattina? Entravo sempre a scuola 20 minuti dopo perché la professoressa stava male due giorni pensando di avermi in classe dalle 8.00. E allora io facevo finta di non esserci e appena lei si rilassava piantavo un calcio in classe e tutti a ridere. Io sapevo che facevo star male la professoressa. Perché lo facevo? Non lo so.>> Chi ti insegna a leggere anche queste forme di violenza? La violenza è una risposta ad una sofferenza violenta subita. Allora, attenzione: non si risponde al disagio dei ragazzi e alle loro sofferenze con il tema della sicurezza da ordine pubblico. Non sono più manganelli o più vigili che fanno le nostre città migliori, sono la capacità di scuole, parrocchie, squadre di calcio di accogliere la sofferenza di chi sta male per aiutarlo a verbalizzarla. Dobbiamo fare case più aperte, classi più aperte, scuole più aperte, oratori più aperti. Questo ci ha insegnato don Milani: 365 giorni all’anno la scuola Barbiana era sempre meglio che togliere merda dalle stalle. <<E voi mi dite che sfrutto i ragazzi, perché li faccio venire a scuola, mentre quando siete voi a sfruttarli allora va bene!>> diceva don Milani. Allora la domanda è: chi ci insegna ad andare a cercare tutte le forme di violenza, non solo quelle più rumorose? C’è la violenza di chi sta male e non esprime il malessere, c’è la violenza di chi clicca su internet tutto il giorno e nessuno lo vede e a lui nessuno si interessa, c’è la violenza su di sé che si esprime con le dipendenze, non soltanto dalle droghe, ma anche dal cibo, dal gioco d’azzardo. Abbiamo i primi ragazzini che cominciano ad avere dipendenza da video-gioco, perché? Perché i grandi si preoccupano ma non si occupano. E allora don Milani ci dice:<<Ma chi è che investe tempo per stare con i ragazzi? Loro ci vogliono vicino, attenti ma non in modo soffocante>>. Nessuno può usare il tema della parola per scandagliare e per curiosare nella vita dei ragazzi: sono ragazzi che hanno il diritto al segreto, hanno il diritto di non dire, ma hanno anche diritto ad avere un adulto vicino, che non li giudica, che sia loro alleato e da questo punto di vista è patetica la difficoltà che sperimentiamo oggi di costruire alleanze educative tra profili professionali diversi. Qual è il rischio? E’ che ciascuno si senta clandestinamente più educatore dell’altro. Il genitore è convinto di essere lui ad educare il figlio, l’insegnante sostiene di essere colui che gli apre la testa, il prete dice che la coscienza gliela forma lui, l’allenatore li pensa tutti illusi perché sa quello che il ragazzo dice di casa, catechismo etc ed si sente per questo il vero educatore. Ciascuno, se non sta attento, è tentato di essere più educatore dell’altro. Dobbiamo giocare dentro una sinergia che faccia squadra e coralità. Don Milani ha giocato la scommessa educativa in termini trasversali, non da solo, ma ha collaborato con i giornalisti, con le agenzie, ha esercitato il diritto alla critica... quindi le sofferenze dei ragazzi andiamole a stanare, ma giochiamo uniti, perché ogni ragazzo ha due pelli: la prima è quella dell’identità personale, la seconda è quella istituzionale che ti permette di rapportarti al mondo un po’ protetto, un po’ tutelato, ti affacci con una identità che ti difende nella tua intimità. Mi ha sempre fatto tenerezza quando, ad un certo punto del mio lavoro con i ragazzi sulla strada, non eravamo più noi a cercarli ma loro che venivano a cercare noi, magari un po’ a testa bassa, a volte un po’ strafottenti, bisognosi di un’identità. Mi ricordo un ragazzo che mi ha posto come condizione di uscire alla mezza perché così poteva andare ad aspettare le femmine dell’altra scuola e fino a quel momento non osava perché si vergognava a dire che non andava a scuola. Si sta strutturando, nella dimensione affettiva, l’autostima. Si costruisce così un’identità e a quel punto lo lasci andare via, lo supporti nel calcio, chiedi che non te lo buttino fuori dall’oratorio, costruisci delle tutele nel condominio, vai a dire ai genitori che il loro figlio è bravo! Ed è importante andare a dirlo ai genitori, perché sono ragazzi chiusi dentro un’identità negativa, perché è così drammatico non essere nessuno che è meglio essere qualcuno anche al negativo.

Mi ha sempre colpito che don Milani fosse il secondo di tre figli e questo mi ha permesso di dire che nessuno di noi è soltanto figlio, spesso è anche fratello. Educare vuol dire stare dentro la fraternità e guardate che non è facile, non è un caso che la storia della sofferenza si apra con un conflitto tra fratelli: Caino e Abele. Caino si scopre depositario di un dono: finché non nasce il secondo figlio, il primo non è fratello, quel dono non sa come gestirlo, lo può rifiutare e vederlo come minaccia, oppure lo può vedere come aiuto. Caino opta per la minaccia e alza la mano contro Abele. Non è un caso che la prima chiamata di Gesù sia rivolta ai fratelli, per guarire una fraternità ferita dalla gelosia, dall’invidia, dalla clandestina competizione. E se don Milani avesse avuto un fratello che andava bene a scuola e non voleva entrare nella competizione con l’altro? Non potrebbe essere una chiave di lettura? Noi genitori lo sappiamo molto bene che il secondo figlio spesso è una fotocopia del primo, ma al negativo, rovesciato. Se uno è generoso, l’altro è parsimonioso oppure se uno è preciso, l’altro è più disordinato, perché d’istinto il fratello non ha voglia di entrare sul terreno dell’altro e competere. Ma se il primo va bene a scuola ed il secondo non volesse andar bene a scuola? E se don Milani avesse cercato un’originalità fra i due? Il fratello era bravino, la sorella era la cocca perché l’ultima, e allora <<io mi faccio ultimo, non studio, divento prete e pianto un casino>>… e ci riesce! Allora la domanda che mi faccio è: chi ci aiuta a stare dentro le fraternità? Forse le identità multiple dei ragazzi ci vengono incontro! Quanti ragazzi mi dicono: <<Guido, i miei genitori, la figlia brava che non li fa vergognare ce l’hanno già>>. Ho scritto per la scuola elementare di mio figlio un manuale di istruzioni per l’uso della pagella, perché i bambini non ne possono più di questi genitori che stanno sempre a guardare/non guadare gli altri. La pagella che cos’è? Un lascia-passare per premi che vanno dati a prescindere? Un lascia passare per fare confronti con il fratello educato allo stesso modo e più bravo a scuola? Non sarebbe forse fantastico se il giorno che arriva la pagella i genitori dicessero “La guardiamo domani, stasera andiamo a mangiarci una pizza! E domani la guardiamo insieme e sappi che se tua sorella ha tutti ottimo, ha anche lei ha le sue cose da correggere” … ritorniamo a don Milani: e se fosse il suo non volere piegarsi ad una logica competitiva con suo fratello che lo ha reso irrequieto tutta la vita? E se questo fosse alla base della chiamata di Dio?

Don Milani ha declinato l’educare in chiave politica. Noi abbiamo già una grande tradizione pedagogica interpersonale, ma non siamo capaci di declinare in chiave politica. Don Milani è stato processato e si è difeso da solo. Ha detto: <<Se voi dividete il mondo tra italiani e stranieri, io lo divido tra chi ha una terra e chi no, chi è oppressore e chi è oppresso>>. Don Milani ha insegnato a leggere le buste paga, a capire qual è la differenza tra il padrone e l’operaio, il rapporto con la scuola, non ha fatto ideologismo partitico, ma ha declinato l’educare in chiave politica. Sapete cosa vuol dire questo? Colmare una grande lacuna dell’educare, vuol dire prendere posizione ad esempio su una legge sull’immigrazione a rischio di perdere consensi, dire qualche parola sulla guerra anche se diventa scomodo, significa non poter accontentare tutti, vuol dire che "ti ritorcono le budella" se la Letizia Moratti usa don Milani nell’introduzione alla sua riforma scolastica e che bisogna smetterla di usare tutto e tutti per confondere, ubriacare di parole, vuol dire fare il cristiano e il cattolico dentro quella chiesa affascinante che, per parlare di Gesù, ha usato 4 Vangeli: nord, sud, est, ovest… è la patria del pluralismo! Ci avete mai fatto caso che per parlare di una figura la Chiesa ha canonizzato ben 4 Vangeli?! Per dire che la Chiesa è una comunità ampia dove sono possibili interpretazioni diverse, dove è possibile l’Opus Dei e altre presenze, dove secondo Ruini è possibile barattare la scuola cattolica in cambio di un silenzio sulla legge sull’immigrazione e per qualcun altro questo è inaccettabile. Confrontarsi con don Milani vuol dire che, prima o poi, si possono dire dei “no” difficili. E’ possibile stare nell’Ulivo ed è possibile stare nel Polo, ma con la stessa chiarezza, senza che nessuno scomunichi l’altro: don Milani non permette ambiguità e valgono gli argomenti, non le autorità. Portare sul terreno della politica l’educare vuol dire sporcarsi le mani, entrare anche in situazioni tese, ma vuol dire innamorarsi dei giovani, consumare la vita per loro cercando la verità che nessuno ha in modo dogmatico, soprattutto in un contesto morale. 

Concludo citando tre passi di Vangelo su don Milani:

* Come il buon samaritano si ferma, fascia le ferite, cura il ragazzo e se ne va, porta in una locanda e paga quello che manca, ma se ne va, non ha e non vuole il controllo del ragazzo, lo affida ad un altro e se ne va, lasciandolo libero. Ecco un educare politico che lascia liberi! E’ l’opposto del controllo. Don Milani è affascinante perché lascia liberi. 

* Gli operai dell’undicesima ora. Che cos’è che stona in quella parabola? Che vengono pagati per primi quelli che hanno lavorato un’ora soltanto. Matteo 25: gli altri pensano di ricevere di più, ma quando arriva il momento del ricevere il pattuito, vedono che non hanno preso di più e protestano chiedendo meno per gli altri. Questa è la meschinità del cuore umano: don Milani ci dice di chiedere di più per noi, ma non di meno per gli altri. Questi ragazzi hanno dei diritti e non bisogna darli loro come un favore, neppure comprarli, non fare politiche di controllo di consenso e non lamentiamoci dicendo "questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto". E’ affascinante questa pagina di Vangelo, perché c’è il rischio che il nostro cuore umano si abitui a chiedere di meno per gli altri. E’ la miseria del cuore umano e allora dobbiamo chiedere più parchi, più piste da gioco, più sale, più opportunità, più soldi per la scuola, per la scuola pubblica, più sensibilità, più spettacoli televisivi.

* Quando nell’ultima parte chiedono a Gesù se è lecito o meno pagare il tributo di Cesare. Gesù si fa portare una moneta e chiede: << Chi è ritratto sulla moneta? >> <<Cesare>> Bene: dal cogno hai riconosciuto che è Cesare, dall’immagine hai riconosciuto che è Cesare, dall’iscrizione hai riconosciuto che è Cesare, allora restituite a Cesare quel che è di Cesare e restituite a Dio quel che è di Dio. Ma che cos’è di Dio? Com’è l’immagine di Dio? Chi è che ha scritto nel cuore la Sua legge? E’ l’uomo. Restituite l’uomo a Dio e restituirtelo libero. Ecco il messaggio che volevo lasciarvi questa sera: don Milani ha restituito l’uomo a Dio, lo ha restituito libero e, quando ha scoperto che chi imbavagliava e ammanettava l’uomo erano i suoi confratelli, non ha avuto paura di denunciarli, perché quei cappellani militari erano suoi confratelli, no, non è colpa mia se quei ragazzi li ho visti valorosi nell’idea della patria. Restituire l’uomo a Dio. Sapete cosa vuol dire educare, secondo me? Vuol dire restituire i nostri ragazzi a Dio, non al mercato, a Dio, alla libertà, ai grandi valori che non li testimoniano, ad una patria che non ha confini, a una giustizia sulla quale si fonda la pace. Vuol dire innamorarsi, don Milani ha consumato la toga, noi insegnanti dovremmo consumare le matite, noi allenatori dovremmo consumare piedi e palloni, noi operatori della strada dovremmo scrivere di più, voler bene a questi ragazzi, fare politica, restituirli ad un Dio che non li possiede ma li serve e lascia liberi.

Grazie.>>