DON LORENZO MILANI

Biografia

Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti nasce a Firenze il 27 maggio 1923 in una famiglia ricca di cultura oltre che di denaro. Quel “Comparetti” gli viene da un bisnonno paterno: Domenico, filologo tra i maggiori dell’Ottocento, senatore del regno in riconoscimento dei meriti scientifici, morto nel 1927 a 92 anni (Lorenzo ne aveva 4) senza discendenti maschi. Ai nipoti, figli dell’unica figlia, e ai pronipoti, viene assegnato per legge anche il suo cognome: l’Italia non vuole che la morte ne cancelli la memoria.

Intellettuali e scienziati gli ascendenti paterni, romani d’origine, ma da un paio di generazioni trapiantati in Toscana, laici con punte anticlericali, come spesso i sudditi dello stato pontificio. Intellettuali e scienziati anche fra gli ascendenti materni, ebrei boemi trapiantati nella Trieste asburgica: i Weiss (Edoardo Weiss, cugino di Lorenzo, fra i primi allievi di Sigmund Freud, è il fondatore, dopo la grande guerra, dell’Associazione italiana di psicoanalisi). In entrambi le famiglie, titoli, incarichi accademici, riconoscimenti pubblici toccano soltanto agli uomini, per quello stesso (mal) costume che trasmette il cognome soltanto ai maschi. Ma in entrambe le famiglie le donne non sono affatto diverse dai loro padri, fratelli, mariti e figli, quanto a livello, impegno, rigore culturale e civile. 

Lorenzo, secondo dei tre figli di Albano Milani e Alice Weiss, ha 7 anni quando, nel 1930, viene portato dai genitori, col fratello maggiore e la sorellina, a Milano. Lì completa le elementari e compie l’intero ciclo di studi, fino alla maturità classica, conseguita senza esame di stato (abolito per via della guerra) il 21 maggio del 1941, sei giorni prima di compiere i 18 anni. Con sorpresa e rammarico dei suoi, rifiuta di andare all’università: vuol fare il pittore. Il padre lo manda allora alla scuola di un bravo artista tedesco che da anni vive e lavora a Firenze: Hans Joaschim Staude. Ci resta pochi mesi, ma ne subisce un’influenza fortissima, non tanto pittorica quanto culturale ed etica; e gli rimarrà grato e affezionato sempre, anche se il maestro, divenutogli amico, non gli nasconderà incomprensione per la sua scelta cattolica e addirittura disappunto per la sua decisione di farsi prete. Nell’autunno dello stesso anno 1941, rientrato a Milano, si iscrive all’Accademia di Brera, e lavora con foga nello studio che il padre gli ha preso in affitto in una fra le zone residenziali più eleganti della città: piazza Fiume (oggi piazza della Repubblica). Ma dopo i primi pesanti bombardamenti aerei anglo-americani, tra la fine del ’42 e l’inizio dell’anno successivo, la famiglia si ritrasferisce a Firenze. Di nuovo Lorenzo la segue. Quasi subito si converte, e l’8 novembre del ’43 va in seminario. 

Ordinato sacerdote il 13 luglio del 1947, dopo un brevissimo incarico nella parrocchia di Montespertoli, don Lorenzo Milani viene mandato cappellano a San Donato di Calenzano, in aiuto del vecchio parroco. Qui scopre due realtà assolutamente nuove per lui, e inaspettate: la povertà, materiale e culturale; la mancata, o perduta, cristianizzazione. Si trova così a dover impostare e risolvere un problema cui gli studi teorici del seminario non l’hanno preparato: come fare concretamente il proprio mestiere di prete secolare, in coerenza col Vangelo e con la propria scelta esistenziale e di fede. Dopo un breve annaspo in vari tentativi di approccio copiati dalle parrocchie vicine e che presto gli si rivelano sbagliati, decide di impiantare in canonica una scuola serale aperta a tutti i giovani, senza discriminazioni politiche o partitiche purché di estrazione popolare e operaia. Con questa scuola, di giorno in giorno più intensa, appassionata e appassionante, ma non soltanto con essa, in breve tempo si tira addosso prima la diffidenza poi l’aperta ostilità dei parrocchiani che contano, benpensanti moderati, democristiani in testa; e di molti altri preti della zona. Ha presto inizio così una campagna prima di opposizione sorda, poi di diffamazione aperta che dopo sette anni, nel dicembre del 1954, culmina in una “promozione”: la nomina a priore di Sant’Andrea di Barbiana, parrocchia nel comune di Vicchio del Mugello: un centinaio d’anime in una manciata di case sparpagliate sulle pendici del monte Giovi, senza strada, senz’acqua, senza luce. La curia, rimangiandosi la decisione di chiusura annunciata, decide di tenerla aperta per esiliarci lui. 

Già a San Donato, Don Milani ha fatto una scelta di povertà austera, che a Barbina si radicalizza, fino al rifiuto di gestire il podere costituente il “beneficio” della parrocchia. Campa della sola “congrua”: il magro stipendio statale assegnato,col concordato del 1929, ai preti in cura d’anime. Dalla famiglia, e dagli amici vecchi e nuovi, accetta soltanto, e all’occorrenza sollecita, aiuti per il lavoro della scuola e per la salute dei suoi ragazzi, spesso minata dalla miseria secolare e dalla denutrizione ancestrale della gente della montagna: la guerra è finita da una decina d’anni appena, il “miracolo economico” dell’Italia non arriva ancora in vetta all’Appennino. Gli servono libri enciclopedie atlanti e carte geografiche, dischi e giradischi a molla o a pile, macchine per scrivere e calcolatrici, cancelleria, utensili. Ha bisogno, gratis, di medicine, vitamine, ricostituenti, analisi ed esami medici, cure dentarie. Denari, ne chiede per i viaggi all’estero, quando d’estate manda i ragazzi, a turno, a imparare le lingue e la vita degli altri popoli. Ma unicamente i denari per il biglietto meno costoso: a mantenersi devono provvedere da soli, lavorando. Nel 1958, in primavera, esce Esperienze pastorali, il suo primo e unico libro. Del quale, a dicembre, il santo offizio ordina il ritiro dal commercio e vieta ristampe a traduzioni per motivi di opportunità, non essendo riuscito a trovarci, nonostante le puntigliose ricerche, errori di dottrina o inadempienze disciplinari. Nel 1960 avverte i primi sintomi del morbo di Hodgkin. Nel 1965 replica pubblicamente agli insulti rivolti da un gruppo di cappellani militari agli obbiettori di coscienza, e si guadagna un rinvio a giudizio per vilipendio e apologia di reato. Impossibilitato dalla malattia a presentarsi in tribunale, scrive la propria autodifesa, resa pubblica alla prima udienza del processo: è la Lettera ai giudici. Assolto con formula piena, resta imputato, per il ricorso del pubblico ministero. Ma non arriva a ricevere la condanna d’appello, che colpirà il suo testo e il direttore del settimanale su cui è comparso: il 26 giugno 1967, trenta giorni dopo aver compiuto 44 anni, muore a Firenze, in casa della madre. 

 

Lettera a una professoressa è il libro scritto dai ragazzi della scuola di Barbiana sotto la sua regia “da povero vecchio moribondo”.

 

Bibliografia