DIETRICH BONHOEFFER

Dietrich Bonhoeffer nasce nel 1906 a Breslavia e si trasferisce ancora bambino nella città di Berlino, dove il padre era stato chiamato per esercitare la professione di psichiatra. Egli cresce nel clima della borghesia tedesca di allora, permeato degli stimoli provenienti dall'ambiente universitario berlinese, fra persone sostanzialmente indifferenti all'azione e alla cultura espressa dalle chiese in Germania. Per questo il giovane Dietrich si trova a dover giustificare prima di tutto davanti a se stesso e poi davanti agli altri, a comunicare dai familiari, la scelta di studiare teologia, materia considerata, nel contesto empiristico-borghese nel quale è inserito, inutile e scadente.

Bonhoeffer appartiene a quella generazione che fece esperienza di due guerre: la sua famiglia fu duramente toccata già durante la prima guerra mondiale, quando morì al fronte, quasi alla fine del conflitto, il fratello Walter. Il dolore dei genitori (il padre per molto tempo non tenne più la “relazione” di fine anno) e l'impressione per la morte di un fratello a cui era molto legato, segnarono profondamente il piccolo Dietrich e resero più vivo il suo senso della giustizia e l'attenzione alle sofferenze degli uomini.

Nel periodo universitario Bonhoeffer ebbe modo di conoscere uno dei teologi più significativi di questo secolo, Karl Barth, al quale rimarrà sempre legato da un vincolo di profonda amicizia; la teologia dialettica di Barth costituisce per questo una sorta di punto fermo per comprendere Bonhoeffer, il quale però seppe distaccarsi decisamente, su questioni anche fondamentali, dal suo “maestro” (si potrebbe ricordare la diversa concezione dell'etica).

Fra il 1930 e il 1933 si consuma una svolta nella vita di Bonhoeffer, caratterizzata sul piano biblico dalla scoperta del discorso della montagna e dall'attenzione ai grandi personaggi dell'AT, su quello etico dalla riflessione sul comandamento concreto, su quello teologico dalla teologia degli ordinamenti, e su quello politico dalla partecipazione alle prime battaglie nella chiesa di fronte al nascente Nazionalsocialismo.

Nel 1933 il giovane teologo, libero docente alla facoltà di Berlino, prende apertamente posizione, in più occasioni, contro il nuovo regime. Nella prima predica dopo l'ascesa al potere di Hitler, Bonhoeffer denuncia con rara determinazione e lucidità quella situazione, e afferma: Nella chiesa abbiamo un solo altare e questo è l'altare dell'Altissimo, dell'Unico, del Signore, al quale soltanto è dovuto amore e adorazione, il Creatore davanti al quale ogni creatura deve genuflettersi, davanti al quale l'uomo più forte non è altro che polvere. Non abbiamo altri altari per onorare gli uomini. Chi pretende per sé un altare, o vuol sostituirne uno per un altro uomo, schernisce Dio, e Dio non si lascia schernire.

La lucidità di questo giovane (aveva ventisette anni) colpisce ancora maggiormente se si tiene conto del contesto nel quale egli prende posizione: proprio mentre il mondo ecclesiale, teologico, culturale saluta con esultanza Hitler e accoglie il suo messaggio messianico, egli grida dal pulpito: "Gedeone (colui che nell'AT subisce lo scherno di Dio), non Sigfrido!"

Nel frattempo Bonhoeffer si vedeva costretto a mettere in secondo piano il suo impegno accademico, nel cui ambito era nato il primo libro che “aveva raggiunto - come ci ricordava Bethge - una larga cerchia di interesse”: Creazione e caduta. Bonhoeffer abbandonerà qualche mese dopo l'università con queste parole pronunciate davanti agli studenti: È venuta l'ora della resistenza in silenzio, e di accendere a tutti gli angoli dell'orgoglioso edificio l'incendio della verità, perché un giorno tutto l'edificio crolli.

Gli anni successivi saranno segnati dal crescente impegno nella Bekennende Kirche (la Chiesa Confessante) e in ambito ecumenico. Saranno anni di lotta contro il regime alla luce di una lettura che potremmo definire "pacifista" del messaggio cristiano e durante i quali tentò anche di raggiungere Gandhi, con il quale rimaneva in corrispondenza epistolare.

Alla metà degli anni Trenta, Bonhoeffer assunse la direzione del seminario clandestino istituito dalla Bekennende Kirche a Finkenwalde, una piccola località sul mare a Nord della Germania. Da questa esperienza nacquero i libri Sequela e La Vita Comune. Dopo la chiusura del seminario da parte della Gestapo e un breve viaggio in America dove gli erano stati offerti lavoro e protezione, Bonhoeffer ritornò in patria, pochi giorni prima dell'inizio della guerra. Accettò allora di partecipare alla congiura contro Hitler maturata negli ambienti dei servizi segreti vicini al generale Beck e all'ammiraglio Canaris, nella quale erano già coinvolti il fratello ed il cognato. Nella congiura non svolse un ruolo di primo piano, anche se in alcune occasioni (in particolare in un'operazione per l'espatrio di alcuni ebrei, in un viaggio clandestino in Norvegia, e infine nell'organizzazione dei contatti con il governo inglese) fu protagonista di azioni di qualche rilievo. Fu arrestato con molti amici nella primavera del 1943, per irregolarità formali, e riuscì a tenere nascosta la partecipazione alla congiura fino all'estate del 1944. Ma in seguito alla dura ondata di repressione che seguì il Putsch del 20 luglio 1944, in settembre fu trasferito dal carcere di Berlino Tegel e sottoposto ad un regime carcerario più duro; degli ultimi mesi della sua vita ci rimangono poche testimonianze. Fu giustiziato nel campo di concentramento di Flossenbürg, all'alba del 9 aprile 1945. Sono di quest'ultimo periodo le opere che lo resero più famoso, l’Etica, i cui manoscritti furono stesi nel periodo precedente l'arresto, e le lettere dal carcere raccolte in Resistenza e Resa.

 Quest'uomo, ucciso per causa di giustizia, scriveva all'amico Eberhard Bethge il 21 luglio del 1944:

Negli ultimi anni ho imparato a conoscere e comprendere sempre più la profondità dell'essere-aldiquà del cristianesimo; il cristiano non è un Homo religiosus, ma un uomo semplicemente, così come è Gesù - a differenza certo di Giovanni Battista, era uomo. Intendo non il piatto e banale essere-aldiqua degli illuminati, degli indaffarati, degli indolenti o dei lascivi, ma il profondo essere-aldiquà che è pieno di discipline e nel quale è sempre presente la coscienza della morte e della risurrezione.[...]

Quando si è rinunciato completamente a fare qualcosa di noi stessi - un santo, un peccatore pentito o un uomo di chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano - e questo io chiamo essere-aldiquà, cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità - allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metanoia, e così si diventa uomini, così si diventa cristiani. Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi o perdere la testa per gli insuccessi, quando nell'aldiqua della vita partecipiamo alla sofferenza di Dio? (Resistenza e Resa, p. 446).